But the gun still rattles

Crescere un figlio è bellissimo. Ma è anche spalancare una voragine sul timor panico. Tuffarsi col naso tappato e tutte le scarpe nell’ignoto più profondo. Accettare qualsiasi cosa.

È questo, che non è facile. Non i pannolini e i lavaggi nasali e le pappe e compilare i documenti di scuola. Tenetelo a mente.

Voglio dire, uno magari crede di avere fatto tutto per bene, o quantomeno al meglio delle sue possibilità, e poi si ritrova un Marco Prato. Di fronte a una cosa così non si può far altro che tacere, non ci sono parole, non ci sono opinioni, lo sappiamo tutti che i mostri non esistono, lo sappiamo tutti che se uno arriva a fare certe cose chissà cosa lo ha portato fino a lì, perchè tutti gli esseri umani nascono buoni, ma quei genitori non lo immagino nemmeno che cosa devono essersi chiesti. Come si devono essere sentiti. Non lo immagino e non lo voglio immaginare perchè mi viene la nausea, la pietà mi sommerge, mai come ora ho voglia di girarmi e non guardare.

Una delle paure che attanaglia maggiormente i genitori contemporanei è quella del bullismo. Non c’era, prima? C’era, ma non era così. Non è che fossimo meglio — questo no, però avevamo meno mezzi. Magari ti prendevano per il culo a scuola, poi tornavi a casa e avevi qualche ora d’aria. Ora ti prendono per il culo a scuola, torni a casa, accendi il pc ed eccolì lì di nuovo, i tuoi perseguitatori, amplificati in mille finestre aperte sullo schermo, che non si possono arginare, né fermare.

Come madre, ho paura del bullismo. Ho una fifa blu. Io non sono molto originale, quindi la mia paura principale è che mio figlio possa esserne un giorno vittima — che sia carnefice mi preoccupa meno. Non perché non sia grave — lo è di più, però lì credi che se ti impegni per crescere un essere umano decente puoi magari evitarlo, no. Invece il fatto che sia una vittima è una roulette russa del destino, uno sgambetto del fato, qualcosa di imprevedibile.

Le vedo già all’asilo nido, queste madri che cercano di cogliere segnali. Ma mio figlio come è, gioca con tutti? Piace agli altri? Si sa far valere? Lo rispettano? E stiamo parlando di bambini dai 2 anni in giù, per i quali il massimo del bullismo — essendo l’espressione verbale ancora al di là da venire- è il rubarsi il camioncino giallo da sotto il naso.

Però io le capisco, quelle madri. Lo sono anche io. Quando guardo mio figlio il cuore mi si riempie di un amore così assoluto e immenso da risultare quasi osceno. Devo subito distogliere la mente perché, se non lo facessi, esploderei. Non ha ancora 15 mesi, ma lo vedo già attento, con una sua sensibilità, con le sue piccole ansie e insicurezze, con i suoi gesti goffi, le sue incomprensioni, il suo stupore, i suoi mille sorrisi continui e spontanei, le sue risate, la sua gioia. Il pensiero che qualcuno un giorno possa fargli volutamente del male mi fa venire voglia di uscire con un mitra e sterminare l’umanità tutta- così, solo a scopo preventivo.

Ma questa è un’iperbole, lo sapete, io scrivo per iperboli, so che non si fa. So che non sarebbe giusto. Ma lo stesso la mia mente vorrebbe evitargli qualsiasi sofferenza, qualsiasi tipo di angoscia, la paura di non essere capito, accettato, amato. Vorrei creare per lui un mondo perfetto, lasciando solo quel tanto di spazio che basta per dargli il tempo di desiderare un po’ qualcosa, ma ben prima che arrivi il dolore. Vorrei che andasse a letto ogni sera tranquillo, come disse una volta Vanessa Incontrada in una intervista a Vanity Fair di molti anni fa e che io ovviamente ricordo ancora: “la cosa che più desidero è il poter andare a letto ogni sera tranquilla” e ho pensato che alla fine era quello che volevo anche io, non mi sembrava esistesse niente di più desiderabile, a conti fatti.

La penso ancora così.

Come è difficile, amore, accettare che un giorno inevitabilmente soffrirai, conoscerai la ferita del rifiuto, del male gratuito, la meschinità, la cattiveria, la paura, il dolore. Come è difficile, amore, accettare che io non posso fare niente per evitarlo. Come è difficile, a volte, ricordare che è quello che invece ho accettato, quando ho saputo per la prima volta che tu eri dentro di me. Quando ho accettato di fare da tramite per portarti qui, nel mondo, che ti si è spalancato davanti con tante cose bellissime e altre meno.

È questa la cosa davvero difficile, io ve lo dico. Altro che i pannolini. I pannolini sono una cazzata.