JonBenet Ramsey e l’infanzia che non c’è

La notte di Natale del 1996 il numero per le chiamate di emergenza di Boulder, in Colorado, riceve una telefonata concitata: “correte, correte, hanno rapito la mia bambina! Ha solo sei anni!”.

L’operatore che ha preso la telefonata non sapeva ancora di essere parte dell’inizio del “cold case” (caso irrisolto) più tristemente famoso della storia contemporanea.

La morte di JonBenet Ramsey è uno dei ricordi più disturbanti per noi che eravamo bambini negli anni Novanta. Quasi tutti ce la ricordiamo e quasi tutti ne siamo ancora turbati adesso, a distanza di più di vent’anni. All’epoca non c’era internet, quindi la notizia rimbalzava tra telegiornali e quotidiani — ma ci sembrava già tantissimo. Io non ho dormito per tre notti dopo aver saputo la storia di JonBenet.

Gli ingredienti per un caso di enorme interesse mediatico c’erano tutti. La bambina bellissima uccisa la notte di Natale. Una famiglia ricchissima e apparentemente perfetta sullo sfondo — in realtà disfunzionale e piena di segreti. Il grottesco “passato” (se di passato si può già parlare per una bambina di sei anni) di reginetta di bellezza di JonBenet, le sue foto inquietanti atteggiata come una ragazza di venticinque anni, truccata, vestita. Ma soprattutto il particolare chiave, re di tutti i racconti del crimine del genere “ della stanza chiusa” (teorizzato da Agatha Christie): non c’era alcun segno di effrazione o intrusione nella casa. L’assassino doveva per forza essere stato fatto entrare volutamente.

O, magari, era già dentro. Perché in quella casa ci abitava, proprio come lei.

La trama della tragica morte di JonBenet sembra costruita ad arte, tanto ogni particolare non è lasciato al caso. Ma la morte della bambina che si chiamava come suo padre (John Bennet che diventa JonBenet, altro particolare sinistro) è molto di più. Scoperchia un mondo oscuro che vogliamo lasciare chiuso, che vogliamo dimenticare. Fare finta che non esista.

Della morte sono stati sospettati tutti. In primis la madre, Patsy, ex-reginetta di bellezza, sull’orlo dei quaranta e di una crisi di nervi. Forse con una punta di sessismo, di cui all’epoca ancora non si parlava, il suo movente venne definito nel fatto di una presunta “gelosia” nei confronti della figlia, che mieteva successi quando invece lei era ormai, per dirla cinicamente, “sul viale del tramonto”. Un altro grande sospettato fu il fratellino Burke, di appena nove anni. Pare che i rapporti tra i fratelli fossero tutt’altro che idilliaci. JonBenet era una bambina bella e spigliata, Burke un bimbo solitario e pieno di complessi. Si parla di un gioco finito male, o di un incidente involontario scaturito dalla rabbia per l’ennesima lite. Il padre, John Bennet Ramsey, è un po’ fuori dai giochi e non si capisce perché: non lo so spiegare neanche io, che pure non credo sia stato lui. Però è stato accusato di aver insabbiato tutto, per coprire qualcuno. Chi?

Un altro particolare inquietante dell’intera faccenda è la lettera (fasulla) di riscatto trovata dalla madre prima di scoprire il corpo della figlia. Il Daily Telegraph l’ha definita: “la più bizzarra di tutte le più bizzarre lettere di riscatto della storia”, e non esagera. È talmente strana da risultare, anche questa, inquietante. Scritta con uno strano linguaggio cinematografico, con frasi intere prese dai film, è lunghissima, nebulosa e contraddittoria. Anche la cifra richiesta come riscatto è bizzarra: 118.000 dollari…esattamente lo stesso valore del bonus natalizio ricevuto da John quell’anno. È piena di errori grammaticali assurdi, troppo fatti “ad arte”, quasi per simulare il fatto che potesse essere scritta da uno straniero. Soprattutto: è stata scritta su un blocco appartenente alla famiglia, con una penna che era in casa, e dopo le analisi grafologiche fatte la scrittura era risultata “estremamente simile” a quella…di Patsy.

Diciamocelo: ce lo vedete un intruso, totalmente estraneo alla vicenda, che entra in una casa in piena notte senza svegliare nessuno, senza rompere nessuna finestra o scassinare nessuna porta, senza lasciare orme nella neve, prende una bambina e la porta dalla sua cameretta alla cantina senza farle fare un fiato, la sevizia e la uccide brutalmente, sale di sopra, cerca un blocco e una penna e si mette bel bello a scrivere una lettera fasulla di riscatto di due pagine e mezza, magari seduto al tavolo di cucina, poi se ne va tranquillo come è entrato e soltanto allora la madre si sveglia e si accorge di qualcosa?

Lascio a voi la risposta.

Eppure — e qui il caso sfocia nell’assurdo- nessuno dei famigliari è mai stato perseguito o ritenuto colpevole per l’omicidio di JonBenet. Sembra che la polizia statunitense non abbia proprio considerato questa pista. Non si capisce come mai. Non c’è un perchè. Le teorie cospiratorie si sprecano: la famiglia era troppo ricca, sono stati coperti, non conveniva a nessuno condannarli, John ha pagato il silenzio, c’erano coinvolti poteri ancora più alti della famiglia Ramsey stessa…è stato detto tutto e il contrario di tutto.

Ma torniamo a JonBenet e a cosa può essere successo quella notte. Non lo sappiamo. Non lo sapremo mai. Quel che è certo è che il suo omicidio è stato — anche qui, di nuovo questa parola — un inquietante misto di brutalità assoluta e pietà. Le hanno spaccato il cranio, l’hanno strangolata, c’erano segni di molestia sessuale, l’hanno legata. Eppure, poi, è stata coperta con la sua copertina preferita, le hanno pettinato i capelli in una coda di cavallo, accanto a lei quando l’hanno ritrovata c’era la sua bambola. Come se fosse passato di lì qualcuno che le volesse, o le avesse voluto, bene.

Un altro particolare che ha fatto sì che l’opinione pubblica si scagliasse contro la famiglia, ritenendoli colpevoli, fu la loro freddezza durante interviste e apparizioni pubbliche. Fu, soprattutto, il fatto che a nessuno sembrava importare di sapere la verità, chi avesse ucciso JonBenet. Se vostra figlia viene trovata morta, l’obiettivo della vostra vita diventa scoprire chi è stato in ogni modo possibile, no? A questo ci hanno abituato i moderni casi di omicidio. Invece ciò che sembrava più premere alla famiglia Ramsey era dimenticare la cosa in fretta, risolvere le spinose questioni con la polizia e poi lasciar scivolare la morte di JonBenet nel passato, come un qualcosa che ci si è lasciato alle spalle. Senso di colpa? O normale reazione avversa a un dolore che è troppo grande anche solo per essere pronunciato?

Non aiutano le foto della famiglia diffuse solo un anno dopo. Ci sono loro tre superstiti, belli e sorridenti — ma la foto, di nuovo, suona stonata, strana.

Non trasmette quella serenità ritrovata insieme dopo aver vissuto l’evento più tragico che possa mai capitare a un essere umano, non c’è quel lampo negli occhi che racconta la tristezza con cui si deve fare i conti ogni giorno. Sembra, più che altro, una cosa posticcia. Una messa in scena. JonBenet sembra essere stata cancellata con un colpo di spugna, come se non fosse mai esistita.

Non ho ancora scritto cosa penso io riguardo a ciò che può essere successo, perchè questo caso trascende ogni colpa e ogni pensiero. Nel corso dei decenni è stato sviscerato, seviziato, minuziosamente analizzato da decine e decine di forum online, è diventato un feticcio, una storia che a furia di passare di bocca in bocca non sembra più vera — ma pura finzione, come un film. Io ho letto tanto su questa storia, periodicamente negli anni mi tornava in mente e facevo ricerche online, ogni tanto saltava fuori qualcosa di nuovo. Personalmente credo che possa essere stato qualcuno della famiglia, ma non volutamente — lo vedo come un incidente conseguente a un accesso di rabbia che ha avuto risvolti tragici.

La cosa che più mi spezza il cuore è la possibilità che sia stato Burke, il fratellino, magari dopo un gioco finito male. Penso a due genitori che si trovano davanti a questo fatto. Hanno appena perso una figlia, stanno per perdere anche il figlio. E qui sospendo il giudizio, perchè la pietà e il dolore diventano tali che per quello non c’è più spazio. Io, da madre, non saprei dire come mi sarei comportata in quella situazione — e, se siete onesti con voi stessi, non dovreste dirlo neanche voi.

Ma questi sono solo fatti, congetture, illazioni anche presuntuose e ingiuste di chi, come me, vede questa cosa da fuori.

Quello che c’è di certo sono le foto di JonBenet. Quando in questi giorni è uscito il documentario sulla sua storia, presa dal senso voyeuristico che ormai facciamo così fatica a contenere, sono andata a cercarle online. Sono passati venti anni, ma io le avevo ancora stampate nella memoria, prima ancora che Google finisse di caricare la pagina.

Credo sia stata la prima e unica volta che le foto della piccola vittima ancora viva e sorridente suonino più inquietanti delle foto diffuse dopo la morte. Vittorio Zucconi, nell’articolo bellissimo che ai tempi avevo appeso in camera mia, scrisse come incipit: “quello che vedete in queste foto è un mostro”. Ed è vero.

Sono sbagliate. Sono innaturali. Sono grottesche. Una cosa così non dovrebbe esistere. Oggi i Ramsey sembrerebbero quasi ingenui, tanto la diffusione di foto dei propri figli online ha preso piede anche negli insospettabili, come la sottoscritta che scrive — facciamo coming out. Ma non è solo quello. Le foto di JonBenet sono inquietanti ancora oggi, nel 2017, dopo che siamo stati abituati a vedere tutto e il contrario di tutto. Il suo atteggiamento adulto, le labbra truccate, la pettinatura, le pose: tutto grida all’abuso più estremo che si possa fare verso l’infanzia. Cioè il negarla, il cancellarla, lo strumentalizzarla per i propri fini e le proprie fantasie, o le proprie frustrazioni. Quelle foto mettono in scena una raccapricciante imitazione di vita, che con la vita vera non ha nulla a che fare. Come disse Zucconi (cito l’articolo a memoria, anche dopo vent’anni, tanto mi è rimasto nel cuore) “JonBenet in queste foto dovrebbe avere la faccia sporca di cioccolata, dovrebbe mettersi le dita nel naso, essere spettinata e fare la linguaccia al fotografo”. Dovrebbe essere una bambina, insomma: imprecisa, imperfetta, viva. Ma, in un sinistro anticipo di foto da lapide tombale, non c’è nulla di tutto questo in quelle immagini. Non c’è vita. Non c’è armonia. Non c’è amore. C’è una bambina che non era già più una bambina, e non importa quale alla fine sia stato il lupo (licenza poetica, io amo i lupi) che la aspettava nel bosco, con la bocca piena di inganni e menzogne e orrore. Non importa quasi chi abbia armato quella mano, chi abbia sparso il sangue. Perchè quella bambina non c’era già più, da molto tempo.

Show your support

Clapping shows how much you appreciated Klingande’s story.