Riforme per i mercati finanziari

Contrattazioni, speculazione e tasse
Il mercato finanziario oggi non solo è inadeguato ma addirittura produce effetti opposti rispetto a quelli per cui è nato. Le aziende sempre più spesso si quotano quando il loro business rallenta e quando hanno bisogno di far uscire i loro azionisti. Questo è in contrasto con il principio di base della quotazione che dovrebbe essere un momento di raccolta di capitale per accelerare la crescita e far beneficiare di questa crescita gli investitori che decidono di credere al progetto imprenditoriale. Gli investitori privati invece dal 2000 ad oggi sono stati tirati dentro una miriade di operazioni che avevano come unico scopo quello di far arricchire i vecchi azionisti e le banche d’affari che li appoggiavano.

Il risultato di questo approccio è stato una quantità di operazioni in perdita che hanno allontanato i risparmiatori dal mercato azionario e relegato l’Italia ad un ruolo secondario sul mercato dei capitali e limitato la crescita di tante aziende private che avrebbero avuto bisogno di un mercato più sviluppato. 
Le conseguenze di un approccio greedy da parte delle banche d’affari ha quindi avuto un impatto sulla crescita economica del Paese e sui posti di lavoro. Le nostre aziende sono cresciute meno rispetto ai loro competitors internazionali ed ora vengono acquisite in massa da aziende straniere che hanno potuto contare su un mercato dei capitali più sviluppato.

È giunto il momento di cambiare qualcosa in Italia. È giunto il momento di spostarsi a favore dei risparmiatori. Solo proteggendo chi investe potremo vedere la crescita dei capitali necessari allo sviluppo di una economia sana che favorisce l’occupazione. Ma andiamo per ordine.

I problemi sono di facile individuazione e possono essere risolti con un po’ di buonsenso e con regole semplici che tutelino le parti più deboli, non solo formalmente ma soprattutto di sostanza. Basta prospetti informativi di 500 pagine pieni di parole che nessuno legge e che proteggono emittenti e banche d’affari.

Va inaugurato un approccio semplificato che preveda l’unica regola che conta: 
• vietato fare operazioni e/o accordi privati che possano penalizzare i risparmiatori

È un unico concetto che include tutto. Non occorre scrivere altro. Ogni operazione viene giudicata dagli azionisti e se viene trovata ingiustamente penalizzante, gli azionisti avranno la possibilità’ di essere risarciti.

L’applicazione di questo concetto vedrebbe la morte delle operazioni che hanno distrutto i risparmi di migliaia di risparmiatori nel recente passato. Basta aumenti di capitale iper diluitivi, basta contratti privati con covenant che proteggono pochi e penalizzano tutti gli altri. Basta contratti derivati esotici incomprensibili e basta collocamenti sconsiderati sotto la protezione di documenti legali che sgravano di responsabilità l’emittente. Questo principio di buon senso va esteso anche al mercato finanziario e la leva fiscale può aiutare a riportare le cose sulla giusta carreggiata.

Speculazione e tasse
Una prima distinzione va fatta tra investitori e speculatori.

L’investitore è colui che analizza l’azienda, parla con il management, condivide le scelte e dopo un accurato studio investe e rimane azionista per lungo tempo (come Warren Buffet). L’investitore è quindi disponibile a condividere il rischio d’impresa e ad accompagnare la stessa verso la crescita.

Lo speculatore invece cerca asimmetria informativa per fare operazioni mordi e fuggi. In passato questa attività si basava sui grafici e sull’analisi tecnica mentre oggi si basa sull’analisi semantica delle notizie che i computer riescono a leggere ed interpretare in grandi ammontari e a grande velocità.

L’85% delle transazioni di borsa oggi è in mano alle macchine e queste hanno come unico scopo quello di guadagnare a scapito di qualcun altro che non ha la stessa capacità di calcolo. La creazione di valore non è un parametro che rientra negli algoritmi dello speculatore.

La cosa buffa è che il trattamento fiscale di queste due attività è lo stesso, sia per chi aiuta le aziende a crescere sia per chi cerca invece di spennare gli azionisti in preda al panico delle vendite automatizzate. Questo è sbagliato e va corretto.

Il trattamento fiscale dovrebbe essere inversamente proporzionale al periodo di detenzione dell’investimento. Se detieni le azioni meno di 1 giorno non stai investendo, stai giocando. E siccome il gioco è un vizio, la tassazione dovrebbe essere altissima. Diciamo il 75%. Se invece tieni le azioni più di 5 anni, hai aiutato un’azienda a reperire capitali di crescita, e quindi vieni tassato a 0% perché’ hai preso dei rischi ma con quei soldi hai prodotto valore per il Paese ed hai generato occupazione, quindi le tasse sono già arrivate in forma diretta e indiretta. In mezzo a questi due valori ci possono essere una o due sfumature, volte a non penalizzare chi è costretto a vendere per necessità ma non per speculazione.

Una griglia potrebbe essere la seguente:
investitore professionale
trading 75%
investimento 12.50%
operatività 25%
investitore privato
trading 50%
investimento 0%
operatività 25%

Dove:
• per trading si intende qualunque operazione con durata inferiore ad 1 mese
• per investimento si intende qualunque operazione con durata superiore ai 2 anni
• per operatività si intende qualunque operazione compresa tra 1 mese e 2 anni

Tassare i computer che fanno trading significa ridurne l’operatività e questo porta con sé due conseguenze:
• le macchine cercano il modo di continuare ad operare sfuggendo a questo regime fiscale
• la liquidità del mercato si riduce

Per risolvere il primo caso bisogna ricorrere ad una tassazione istantanea che non si possa evitare. Le operazioni vengono identificate al momento della trasmissione dell’ordine e la tassazione avviene al momento dell’eseguito. Che si tratti di speculazione dall’Italia verso l’estero o dall’estero verso l’Italia, la tassazione è istantanea ed inevitabile e semplice da gestire amministrativamente dalle parti.

La riduzione dei volumi è a questo punto inevitabile e questo significa perdere liquidità, una conseguenza che molti reputano inaccettabile ma che va esaminata con molta attenzione. È davvero necessario comprare e vendere azioni ogni frazione di secondo per avere un mercato liquido ed efficiente? Come si mette in relazione lo sforzo collettivo di manager, dipendenti ed azionisti con l’azione di una macchina che vuole solo anticipare le reazioni emotive dell’essere umano e lucrare su questo? Quale è il collegamento tra questa frenesia fatta da operatori che non conoscono le aziende e l’andamento economico della stessa? Che contributo dà il trading al rafforzamento industriale di un paese?

Cercare relazioni lineari in un mercato è difficile e porta nel lungo termine a risultati sbagliati. l’unico modo per sapere se questo approccio ha maggiori benefici è quello di testarlo prima in ambito circoscritto e poi più ampio. In questo esperimento va data la possibilità ad aziende private di creare una piattaforma di scambi in competizione o in alternativa con la borsa. Su questa piattaforma verrebbero avviati dei listing di aziende o di titoli di credito che rispettino le regole sopra descritte.

Il processo di quotazione sarebbe semplice e di fatto praticamente gratuito. Gli investitori sarebbero coscienti di fare acquisti con un orizzonte temporale lungo. Gli operatori professionali che volessero partecipare, lo farebbero sulla base dei fondamentali e non della speculazione. La liquidità verrebbe assicurata settimanalmente con un limite di oscillazione del 10% cumulabile al rialzo o al ribasso con la settimana successiva. Un titolo per raddoppiare ci metterebbe circa 9 settimane. Allo stesso modo una perdita del 50% richiederebbe più di 5 settimane.

Le notizie positive e negative avrebbero più tempo per essere analizzate e comprese nella loro portata prima di operare. Il flusso informativo da parte delle aziende sarebbe continuativo con l’eccezione del giorno della settimana in cui si stabilisce il prezzo. Il prezzo sarebbe uno solo a cui tutti i partecipanti comprano e vendono nel giorno del listing, senza alcuna possibilità di range di oscillazione intraday o intraweek.

Questo mercato alternativo dopo un paio di anni dovrebbe essere in grado di farci capire se la strada è quella corretta e a quel punto potrebbe essere deciso se applicare gli stessi meccanismi anche agli altri mercati di contrattazione.