Cosa voterò al Referendum Costituzionale?

L’Italia è un paese di «democrazia reale», nello stesso senso in cui l’Unione Sovietica di Stalin era un paese di «socialismo reale». Socialista quello o democratico questo, di nome ma nei fatti contrario all’ideale a cui si richiama.

La «Costituzione» in Italia, fin dalla sua promulgazione, è stata inapplicata, interpretata male, anche violentata, stuprata, irrisa e dimenticata tanto nei palazzi del potere quanto dal popolo che non ha mai espresso un sincero sentimento democratico, ma solo quella furbizia di parte che è la vera cifra distintiva di questa nazione.

Raccontano questa storia le espressioni linguistiche, così diffuse, come Partitocrazia, Costituzione Materiale, Presidenti Picconatori, Corte Costituzionale Cupola della Mafiosità Partitocratica, Genocidio Culturale delle minoranze politiche e via dicendo. Non da oggi lo stato di malattia della nostra «democrazia formale» è evidente, stabile, consequenziale. Così tanto avanzato che non si immagina neppure di dover fare nemmeno un passo per rientrare nella salute di uno Stato di Diritto. Si dà per scontato che sia inutile anche solo parlarne.

L’interesse di tutte le parti, dagli occupanti delle istituzioni ai singoli cittadini, è di partecipare e vincere questa guerra tra bande, anzi anche peggio, limitarsi a fare in modo che gli altri la perdano senza nessuna speranza di poter partecipare alla costruzione di una nuova Italia in cui viva il diritto e la democrazia.

Le violazioni della costituzione sono tuttora patenti, palesi, estese ed evidenti, ma tutti, tutti quelli che oggi si sbracciano su un lato e l’altro delle barricate referendarie, hanno fatto fino ad oggi, e tuttora fanno, finta di non sapere, non vedere e non capire.

Non c’è articolo della Parte I su cui non si possano elencare vistose criticità citandole per nome e cognome della vittima di cui la cronaca si è interessata. Negli articoli costituzionali che riguardano la giustizia, poi, possiamo accorgerci immediatamente dell’assoluta ineffettività di questa carta costituzionale, per raggiungere il culmine dell’art. 27 e lo stato disperante dell’esecuzione penale in Italia, che è un vero e proprio Stato di Tortura nell’indifferenza generale. La situazione della Giustizia in Italia urla Amnistia, ma non per chi è in carcere, ma per gli Italiani, tutti, per la Repubblica che paga il peso dell’impossibilità di amministrare giustizia.

L’Amnistia spiegata in 3 minuti. Perché tutti i cittadini avrebbero un concreto vantaggio da una amnistia.

In Italia c’è un Regime Partitocratico, che non è venuto meno con il tramontare dei partiti. È cambiato, si è aggiornato, ha fatto un upgrade ma non ha abbandonato i propri artigli dal potere che gestisce creando, come ha sempre fatto, anche i propri oppositori: ieri i comunisti, i leghisti, i dipietristi, oggi i grillini.

Tutti rimasti sempre dalla parte del problema e mai divenuti soluzione.

Questo il quadro sconsolante di un regime in cui ai cittadini viene chiesto di cambiare quanto mai fu applicato per farlo diventare quanto mai si applicherà. Gli si chiede di cedere pezzi mai esercitati, e inesercitabili di sovranità popolare, per innalzare il livello di diritti di esso stesso Regime, portatore per tramite dello Stato di interessi (una interpretazione anti-popolare definita da chi oggi è contrario alla riforma quanto ieri si è dimostrato nei fatti contrario alla costituzione stessa). All’Italiano Medio gli si chiede di cambiare la Geografia del potere, levando qualcosa a qualcuno per dare qualcosa a qualcun altro, senza minimamente impegnarsi a cambiare la Storia di questo regime anti-popolare.

Se vince il si, quindi il Regime se ne avvantaggia, avrà meno vincoli, e si libererà di un po’ del fardello di un democraticismo fatto per lo più dai simulacri vuoti dei partiti del Regime stesso. Vacilleranno alcune poltrone per creare spazio ad altre. Qualcuno sarà ricacciato per sempre nell’oblio, altri diverranno noti.

Se vince il no, la costituzione resisterà come inapplicata, inapplicabile, interpretata in modo ferocemente antipopolare, come è da sessant’anni nell’indifferenza generale. Resisteranno le poltrone dei vecchi politici, dei consigliori, dei piccoli e grandi ras sempre pronti a mungere la vacca dello Stato.

Questo è un Referendum senza il cuore della democrazia. È un Referendum senza il sangue, senza la bile, senza le feci del Popolo, che è distratto in altro, addormentato, inebetito. Ormai tutta l’Italia è così, senza sangue, bile, feci. Un’Italia di disperati che devono, come al tempo dei guelfi e ghibellini, o guelfi bianchi e neri, correre a mettersi sotto la protezione di questo o di quell’altro potente. Nella loro libertà di essere inutili, gli Italiani possono solo scegliere cose inutili.

Cosa importa quindi cambiare un pezzo di carta straccia se nessuno mai vi ha fatto o vi farà attenzione? Se tutti sono ben disposti ad accettare una qualsiasi delle scuse del potere per giustificarsi nel non rispettarla.

A cosa serve più una Carta Costituzionale se non si ripristina uno Stato di Diritto, se non ci si può rivolgere alla Giustizia con una minima speranza di avere soddisfazione sui torti? A cosa servono queste regole se i primi a violarle sono quelli che le fanno o che le dovrebbero tutelare, senza rischiare alcuna pena, anzi neppure un minimo di riprovazione sociale? Se il potere non rispetta le sue regole, a cosa serve cambiarle? Solo perché possano imporle più facilmente a chi potere non ha o non è? Quindi a cosa, a chi, serve questo Referendum?

Solo una piccola minoranza di quelli che voteranno Sì o No, o che anche non andranno proprio a votare, lo faranno consapevoli ed informati sul disfacimento delle conquiste della nostra democrazia. Di questa minoranza solo una frazione numericamente insignificante ha ancora forza e speranza di volersi opporre, come può.

Che votino Sì, No, o che non vadano proprio a votare è solo a questi che ci si può rivolgere per dire: fate! Date conseguenze alla vostra scelta! Siate voi la speranza per gli altri disperati.

Per essere speranza, votare non serve, presentarsi alle elezioni non serve, non bisogna attendere la prossima campagna elettorale. Non bisogna essere «di» un partito, «di» un gruppo, «di» una parte. Si può, si deve, lottare, con la nonviolenza, con tutti e per tutti.

C’è una speranza in Italia, forse una sola, e si chiama Partito Radicale Nonviolento, Transnazionale e Transpartito, e tu sai cosa fare: iscriverti adesso.

Noi siamo diventati radicali
perché ritenevamo di avere
delle insuperabili solitudini e
diversità rispetto alla gente,
e quindi una sete alternativa
profonda, più dura,
più “radicale” di altri…
Noi non “facciamo i politici”,
i deputati, i leader …
lottiamo, per quel che dobbiamo
e per quel che crediamo.
E questa è la differenza
che prima o poi,
speriamo non troppo tardi,
si dovrà comprendere.
Marco Pannella