Babilonesi scienziati: un anacronismo?

David Sharp: The Trustees of the British Museum; Babak Tafreshi/Corbis (via Science magazine’s website)

Talvolta, nella vita professionale (ma anche in quella personale), succede qualcosa che ci spinge a fermarci un attimo, prendere un bel respiro e, prima di riprendere con le cose di tutti i giorni, porci un quesito “esistenziale” di qualche tipo. In un bell’articolo scritto qualche mese fa per The Atlantic, il chimico e divulgatore britannico Philip Ball, intento a raccontare una storia risalente a più di duemila anni fa, cerca quasi inconsapevolmente di rispondere a una domanda di portata incredibilmente ampia, vale a dire: che cos’è la scienza?

Il motivo per cui lo scrittore si è sentito costretto a fermarsi un attimo e ha preso un bel respiro è una scoperta che, secondo alcuni, avrebbe il potenziale di farci cambiare opinione sull’epoca in cui nacque il pensiero scientifico così come lo intendiamo noi oggi.

Una tavoletta di argilla di epoca babilonese recentemente rinvenuta, interpretata dallo storico Mathieu Ossendrijver della Humboldt Universität in un articolo uscito sul numero di gennaio 2016 della rivista Science, ha rivelato che gli astronomi di Ur e Babilonia sapevano che la distanza percorsa da un oggetto in movimento (il pianeta Giove, in questo caso) è uguale all’area sottesa dalla retta che, in un grafico, esprime la dipendenza della velocità dal tempo. Si tratta di una scoperta sorprendente, dal momento che anticipa di quasi 1500 anni una tecnica matematica che, finora, si pensava fosse stata usata per la prima volta (in Europa) soltanto nel XIV secolo.

Secondo Ball, tuttavia, «i giornali hanno esagerato la portata della scoperta [di Ossendrijver] per quanto riguarda la nostra comprensione di cosa davvero facessero gli astronomi babilonesi. Alcuni reporter hanno insinuato che la tavoletta dimostrerebbe che i babilonesi inventarono la geometria se non, addirittura, l’analisi matematica; si tratta di dichiarazioni che tradiscono il desiderio di trasformare i babilonesi in novelli astronomi in sandali e perizoma, intenti a mappare diligentemente il cielo con l’intenzione di comprendere l’universo.»

Indubbiamente, la matematica babilonese era molto avanzata; tanto avanzata che, con le parole di Ball, «valeva assolutamente la pena copiarla, tanto che i greci la copiarono e, così facendo, la radicarono nella tradizione occidentale.» Ma, nel caso dell’astronomia, la situazione era abbastanza diversa.

Lo scopo di studiosi greci come Eratostene, Ipparco, Aristotele o Tolomeo era dichiaratamente la comprensione dei meccanismi alla base dei risultati delle loro osservazioni del cielo; non per altro, com’è noto, proprio i risultati ottenuti in tal senso da Aristotele e poi da Tolomeo influenzarono profondamente e pervasivamente l’astronomia occidentale per numerosi secoli a venire.

Anche gli astronomi babilonesi, dal canto loro, «osservavano il cielo con grande attenzione, annotando metodicamente i movimenti delle stelle e dei pianeti» — se non altro, dei cinque da loro scoperti (Mercurio, Venere, Marte, Giove e Saturno). Tali studi, tuttavia, «non erano legati alla comprensione del cosmo, ma avevano come scopo l’astrologia. I babilonesi credevano che i loro dèi trasmettessero messaggi sul futuro tramite le varie condizioni dei corpi celesti: quando i pianeti sorgevano all’orizzonte, il colore che avevano, certe particolari disposizioni o congiunzioni, la comparsa di eclissi e così via. Gli indovini, uomini estremamente istruiti in ambito astronomico, avevano il compito di interpretare tali messaggi di modo da poter ben consigliare il loro sovrano.»

Questa situazione rimase pressoché invariata per tutti i secoli in cui la civiltà babilonese prosperò e perdurò, finché, nel settimo secolo avanti Cristo, qualcosa cambiò. Ebbe luogo infatti una transizione fondamentale: il passaggio da una situazione puramente osservativa a quella che si potrebbe definire, almeno provvisoriamente, un’astronomia predittiva. Un conto, infatti, è limitarsi a scrutare il cielo e prendere nota delle posizioni degli astri; ben diverso, una volta riconosciuta l’esistenza di una certa ripetitività nel movimento delle stelle, è avere l’idea che tali regolarità potrebbero essere in qualche modo formalizzabili e, di conseguenza, diventare prevedibili.

«Gli antichi babilonesi non potevano non essersi accorti che molti eventi astronomici ricorrono periodicamente. […] Tali regolarità, inizialmente, erano viste come capricci dei messaggeri divini, ma a partire dal settimo secolo a.C. gli studiosi cominciarono a capire che potevano essere utilizzate per prevedere l’aspetto del cielo nel futuro. Oggi ci sembra ovvio, ma con così tante variabili presenti, alcune delle quali (come il colore della luna o la brillantezza dei pianeti) non veramente prevedibili, non è scontato quanta e quale importanza bisognerebbe dare ai movimenti periodici. Sembra probabile, tuttavia, che il passaggio a un’astronomia predittiva non sia nato da un desiderio di comprendere meglio il cosmo o spiegare quanto era osservato in termini di uno schema o modello, quanto da pressanti richieste di previsioni migliori da parte del re. Gli astronomi si misero dunque in competizione fra loro nello sviluppo di metodi predittivi, cosa che stimolò un uso sempre maggiore della matematica — proprio come nel caso dei metodi appena scoperti, relativi al tracciamento di Giove.

Ne risultò qualcosa che, sotto certi aspetti, sembra proprio scienza. Innanzitutto, le previsioni astronomiche, a differenza di quanto succedeva in precedenza, potevano essere falsificate dall’osservazione: se sbagli a prevedere la salute del re, puoi sempre dire di aver sbagliato a interpretare i segnali (e la sciagura si abbatterà su di te). Se, invece, prevedi un’eclisse che non ha luogo, è il metodo matematico utilizzato a essere sbagliato. L’astronomia matematica, proprio come la scienza, è oggettiva e priva di valori, opera sotto regole note e dipende da misure attente e dalla registrazione dei dati.»

Questo però non significa, secondo Ball, «che la nuova astronomia babilonese fosse una specie di protoscienza.» La tentazione di attribuirle tale qualità è sicuramente forte, ed errori del genere sono stati compiuti anche in casi diversi, come quello dell’alchimia; eppure, «cercare di setacciare il passato alla ricerca di brandelli che potremmo chiamare precursori della scienza è un esempio di cattiva storiografia. I babilonesi, a differenza dei greci, non sembra avessero idea di un meccanismo che spiegasse la danza celeste — né che fossero interessati alla cosa.» La grande differenza, almeno secondo l’autore, non sta nei metodi, quanto nelle motivazioni.

Per rendere veramente giustizia ai metodi e ai successi dei babilonesi, dovremmo considerare che «la loro astronomia non era una scienza imperfetta, quanto uno schema intellettuale che, per quanto autonomo, era intrecciato a tutta la loro cultura. I miglioramenti apportati in ambito matematico e astronomico non ebbero luogo perché qualcuno — come succede nel caso degli scienziati contemporanei — era alla ricerca di verità astratte sull’universo, bensì in seguito a preoccupazioni di ordine pratico e politico

Tutto questo, d’altra parte, non significa certo che sia da sminuire la scoperta di Ossendrijver oppure, peggio ancora, tutto il sistema di conoscenze accumulate dai babilonesi nel corso di così tanti secoli, anzi. Con le parole dell’autore, «una cosa che l’astronomia predittiva babilonese e la scienza moderna hanno in comune è la credenza che l’universo incorpori in sé e obbedisca a una sorta di ordine, accessibile alle menti umane. Non tutto ciò che succede è causato dai capricci degli dèi. E se le cose stanno così, l’importanza di questi stessi dèi diminuisce impercettibilmente ma inesorabilmente, e noi esseri umani sempre più siamo portati a credere che, se poniamo all’universo certe domande, vi saranno risposte comprensibili.»


Scritto (e tradotto) con passione e precisione per Le parole degli altri|Tradurre e scrivere di scienza il 16 settembre 2016, nella rubrica La parola agli altri


Le parole degli altri è un progetto di Eva Filoramo e Valeria Gili — un passato da fisiche teoriche e un presente da traduttrici scientifiche. La rubrica La parola agli altri è dedicata a raccogliere articoli e saggi di argomento scientifico in lingua straniera, di cui proponiamo una rilettura commentata e la traduzione dei brani più significativi.

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