Questo genere di problemi? No?

Qualche giorno fa il sindacato di cui faccio parte ha avuto l’ardire di contestare una questione di natura informatica.

Sul Social Network aziendale, da parte di qualche collega più anziano, è immediatamente comparsa una esplicita censura, seguita dall’apprezzamenti di alcuni giovani colleghi. La cosa mi ha stupito.

Probabilmente questa è un’idea condivisa.

Tecnologia? Di tutto ma la tecnologia no!

Secondo alcuni quindi, i sindacati non devono occuparsi di tecnologia, e altri concordano con un like. E tutti questi sono informatici. Questo post è soprattutto per loro quindi.

Come ho già detto altrove (e come era riportato nel comunicato DASBI) l’analisi sulla questione tecnologica/informatica è proprio uno dei temi fondativi della DASBI.

Quello che tenterò di dire in quest’intervento è se è giusto (o addirittura preferibile) che un sindacato si occupi proprio di questo genere di problemi.


Sindacalismo liberale vs politico

Nella storia del sindacalismo esistono due modelli:

  • il sindacalismo liberale, grossomodo quelle delle trade-union inglesi o di parte del sindacalismo tedesco (“associazioni di mestiere”) che è di solito apolitico, aconfessionale, ampiamente tollerante delle posizioni individuali degli aderenti e che si costituisce in modo statutario a difesa dagli interessi dei lavoratori;
  • il sindacalismo politico (socialista o corporativo-fascista) che impone forti requisiti etici ai membri ed ha interessi sociali e legami con i partiti politici ben oltre quelli necessari a gestire la situazione aziendale. Assume il nome dal syndicat francese ed è quello su cui si modella il movimento sindacale italiano.

In Germania, dove sono precisi, esistono addirittura due differenti parole per indicare le due anime sindacali: il socialista Gewerkshaft e il liberale Gewerkverein.

Il movimento sindacale nasce liberale.

In origine, all’inizio del XIX secolo, il movimento sindacale nasce quindi liberale, non foss’altro che per la banale ragione che socialismo e comunismo erano ancora di là da venire e i cattolici erano ben lontani dall’occuparsi strutturalmente di queste cose (bisognerà aspettare la De rerum novarum perché abbiano il placet per impegnarsi).

La Philanthropic Society di Manchester del 1810 è indicata come prima organizzazione sindacale locale di tipo moderno, creata in un periodo in cui questo tipo di unioni erano ancora considerate illegali. Da quel momento in poi in Inghilterra le società filantropiche, specie nel campo della filatura tessile, fiorirono fino ad unirsi nella National Association for the Protection of the Labour nel 1830. È solo dalla metà degli anni ’30 dell’Ottocento che i socialisti umanitari come Robert Owen si interessano alla unioni sindacali, talvolta anche con caratteristiche rivoluzionarie e antagoniste ma oltre ad avere un effetto nel caso politico dei Martiri di Tolpuddle non ebbero allora grandi altri successi.

Le trade union, grazie alle loro posizioni moderate, all’approccio razionale e alla capacità di comunicare con l’opinione pubblica, hanno successo anche tra la classe media. Il successo è sancito dal giudizio positivo che John Stuart Mill ne dà nei Principi di Economia Politica e nel 1871 il sindacalismo viene legalizzato in Inghilterra e ciò dà spinta al movimento sindacale nel resto del mondo e anche alla sua politicizzazione.

Poiché era vietato per legge avanzare dirette rivendicazioni di natura corporativa, l’obiettivo delle prime trade union è quello di sostenere direttamente i lavoratori e di contrattare con i datori di lavoro condizioni che siano al tempo stesso più efficaci e meno pericolose. Che espongano cioè meno l’azienda al rischio del fallimento e al lavoratore al rischio di farsi del male e poter vivere adeguatamente.

Così queste organizzazioni sanno conquistarsi un riconoscimento pubblico, la legittimazione popolare ed infine la legalizzazione normativa perché fanno cose che, come esprime la Real Commissione on Trade Union nel 1867, “sono vantaggiose sia per i datori di lavoro che per i lavoratori”.

Il punto non è vantare una primogenitura partigiana del sindacalismo ma sostenere che per un sindacato parlare di tecnologia (ieri di macchine tessili o motori a vapore, oggi computer o Internet) e aprire su questo un confronto, non solo è proprio ma è anche un ritorno alle origini quando il movimento sindacale seppe conquistarsi una propria ampia legittimazione, senza nulla voler levare anche alle successive importantissime battaglie sindacali.

Il terreno su cui attirare i giovani

Anche oggi, in una condizione di grave disapprovazione generale per l’operato dei sindacati (rissosi, maneggioni, arretrati, attestati su posizioni di retroguardia), questo potrebbe essere uno dei pochi terreni su cui provare a recuperare terreno nei confronti dei tanti colleghi, specialmente i più giovani, tradizionalmente lontani dalle logiche corporative con cui i sindacati gestiscono solitamente gli altri generi di problemi.

Occuparsi di questo genere di problemi
  • significa dedicarsi non solo a migliorare l’utilizzo di uno strumento di lavoro come quello informatico che è diventato nella stragrande maggioranza l’interfaccia a qualsiasi attività, e già su questo ci sarebbe molto da dire e da fare visto lo stato in cui versa la nostra User Experience, ma contribuire a scuotere il modello di organizzazione quando un’azienda continua a porsi in una posizione di retroguardia e a subire la tecnologia piuttosto che guidarla;
  • significa anche accendere un riflettore su quei processi che continuano ad essere influenzati più da una consolidata tradizione amministrativa che spesso ha adottato l’informatizzazione come mera possibilità di riproduzione senza aver veramente interiorizzato l’utilità dell’automazione dei processi e della openness su Internet con tutti i vantaggi anche in termini organizzativi che questo comporta;
  • significa smetterla, una volta per tutte, di incentivare quanti nella Funzione Informatica continuano a sostenere che la gestione della risorsa tecnica si concluda nella mera intermediazione di strumenti deliberatamente scarsi ed inefficienti per poterli controllare meglio e piuttosto pretendere che l’informatica esprima la propria specializzazione nel campo che oggi le è più congeniale: la gestione della conoscenza.
Quale riforma delle carriere è possibile senza liberare il talento?

Quale riforma delle carriere è pensabile senza liberare i tanti (giovani) che, assunti come talenti nel loro campo, sono piuttosto utilizzati come ingranaggi di una macchina che per lo più risolve i problemi creati dalla propria intricatezza?

Non spetta al sindacato decidere come una azienda vuole investire o organizzare le proprie risorse per raggiungere i propri obiettivi. Però, in un ottica di collaborazione il più attiva possibile, il sindacato deve trovare una voce se il capitale tecnologico e umano, che non è fatto solo da ciò che l’azienda può controllare ma anche tutto quello che con essa si pone in relazione su Internet ad esempio, viene usato per allontanarsi piuttosto che per avvicinarsi ai propri stessi obiettivi.

Vecchi stanchi sindacati senza risorse ideali e cognitive

Occuparsi di queste cose contribuisce a superare anche quel sindacalismo che rimane invischiato solo nelle discussioni e battibecchi dei walled garden di temi sindacali antichi come il cucco, che sembrano essere concessi da un sistema di relazioni sindacali altrettanto antiquato. Un sistema funzionale a quella dirigenza che sfruttando le pieghe dell’inerzia amministrativa non ha alcuna voglia di aggiornarsi ed innovare e soprattutto ai vecchi stanchi sindacati che non hanno risorse, ideali e cognitive, per occuparsi altro che della gestione delle regalie aziendali (non stranamente destinate in modo sensibilmente superiore alle vecchie generazioni rispetto alle più giovani visto che gli iscritti di quei sindacati sono sensibilmente più anziani).

Che si voglia o non voglia (possa o non possa?!?) occuparsi di questo tema è quindi una parte di quel confronto generazionale che è cronaca attuale del dibattito sindacale in Banca.

Purtroppo è un dibattito falsato dal fatto che quelli che sarebbero interessati, ovvero i giovani, non prendono neppure in considerazione l’iscrizione ad un sindacato, quale che esso sia, finendo così per farsi rappresentare dai sindacati maggioritari che, per forma mentis, per tradizione, per interesse, sono proprio quelli che più li contrastano in questo tema, come in molti altri. Giovani che potrebbero ampiamente essere maggioranza ormai.

Ma forse i giovani sono solo portatori di una viva immaginazione che spera che queste idee vengano imposte da qualche illuminato agente dall’alto in contrasto con le proprie linee esecutive o che l’illuminazione venga magicamente dall’esterno o che sorga qualcuno che le rappresenti senza che nessuno lo sostenga e gli dia forza.

Immaginazione senza speranza.

Ma che prospettiva è?


One clap, two clap, three clap, forty?

By clapping more or less, you can signal to us which stories really stand out.