Captain America Civil War: Stark e Rogers ed il loro scambio di ruoli

In principio fu Spider Man, con la classica affermazione “a grandi poteri corrispondono grandi responsabilità”. Detta così poteva sembrare una frase buttata lì o. semplicemente un modo per rendere più appealing un personaggio, che — tutto sommato — non era altro che un ragazzetto che si ritrovava, da un giorno all’altro, con poteri complessi da gestire e con scelte più o meno complicate da fare.

E invece il connubio poteri / responsabilità sembra essere diventato il centro del MCU (non solo, in realtà, se vogliamo considerare anche Batman vs Superman, ma adesso non ci interessa), al punto tale da essere IL tema del recente Captain America — Civil War, una specie di Avengers mascherato da Capitan America, che fa da intro alla prossima fase Marvel.

Cosa c’è di interessante in questo dibattito? Sulla sinossi di Civil War si sa ormai tutto: Iron Man e Capitan America rappresentano due facce della stessa medaglia, con due opposte risposte alla grande domanda: i supereroi devono essere controllati oppure no? La cosa interessante non è tanto la domanda, né le possibili risposte che ne conseguono, quanto l’evoluzione fatta dai due protagonisti centrali del MCU: Stark e Rogers.

I due subiscono, nel corso della narrazione filmica seriale, un’evoluzione che li porta ad attestarsi su posizioni completamente opposte a quelli che erano i loro ideali di partenza.

Se pensiamo all’Iron Man del primo Avengers, il “genio, miliardario, filantropo e playboy” che si ritiene al di sopra di qualsiasi norma, e che rifiuta di essere controllato da chicchessia, mai ci verrebbe in mente che sia proprio lui a suggerire di accettare gli accordi di Sokovia, un patto che mette gli Avengers sotto il diretto controllo delle Nazioni Unite o di chi per esso.

Allo stesso modo, se pensiamo al primo Capitan America, al ragazzino di New York che vuole entrare ad ogni costo nell’esercito e, quindi, mettersi consapevolmente al servizio di un’organizzazione gerarchica fin nelle sue più profonde radici, ritrovarlo anni dopo a sostenere una posizione di anarchia nei confronti del potere, un pochino spiazza. E non si tratta solo di Bucky e della loro relazione ai limiti del bromance, ma di qualcosa di più profondo e radicato.

Quali sono le motivazioni che spingono i due personaggi a cambiare così radicalmente le proprie posizioni da scambiarsi sostanzialmente i ruoli?

Steve Rogers subisce, nel corso della sua evoluzione filmica, una serie di traumi: per prima cosa deve confrontarsi con un futuro che non conosce, lo Shield di Fury, quello in cui aveva riposto ogni sua fiducia, che in qualche modo gli aveva dato una nuova ragione di vita, crolla sotto il peso della sua stessa corruzione, dal passato riemerge Bucky, il Soldato d’Inverno, amico fraterno nei confronti del quale prova un amore ed una lealtà talmente incondizionate da fargli perdere di vista i suoi nuovi amici ed alleati (significativa in questo senso la conversazione in Civil War durante la quale Iron Man ricorda a Rogers come anche lui sia stato un suo amico, con un utilizzo di un verbo al passato che fa capire come vi sia una sorta di rassegnazione nelle parole di Stark) ed improvvisamente i confini fra giusto e sbagliato perdono di nettezza, lasciando spazio a troppe interpretazioni ed a troppi margini per gli errori umani perché il nuovo Steve Rogers possa ancora accettare quella gerarchia e quel controllo cui tanto anelava in giovane età.

Tony Stark è l’alter ego perfetto di Rogers: ex mercante d’armi, subisce il suo primo “trauma morale” nel momento in cui costruisce la Mark 1 per fuggire dall’Afghanistan, ma non è abbastanza. L’arroganza del soggetto, la sua ferma convinzione di essere intellettualmente superiore anche ai suoi colleghi Avengers e la sua ferma e costante consapevolezza di poter risolvere con la tecnologia problemi che tanto tecnologici poi non sono, lo portano a commettere errori sempre più umani ed a sempre maggiore dimostrazione della propria fallibilità, nonostante una corazza che più che di vibranio, alla fine è semplicemente fatta di un’arroganza ostentata anche e soprattutto per convincere sé stesso. E fra i grandi errori di Tony Stark c’è Ultron (già sappiamo che nei fumetti è tutta colpa di Pym, ma qui abbiamo di fronte Stark, ed è tutta un’altra storia). In realtà non è tutta colpa di Stark, ma pure Banner ci mette del suo, ma non sembra che la Marvel ci tenga molto a sottolineare questo aspetto. Ed è proprio con la creazione di Ultron, che avrebbe dovuto essere il difensore dell’umanità, che si consuma il fallimento del disegno di Stark: certo, dalle ceneri del progetto Ultron nasce Visione, ma intanto Sokovia viene distrutta, le vittime civili non si contano e Iron Man si ritrova a fare i conti con la propria coscienza di uomo che ha voluto creare qualcosa di troppo grande per poter essere controllato. Da qui la crisi di coscienza di Tony Stark, che lo conduce a convincersi che non si possa consentire a chi è dotato di superpoteri di agire fuori controllo, senza una gerarchia che controlli ingaggi, compiti e limiti da dare agli Avengers. Alla fine Stark si piega proprio a quel controllo che aveva sempre rifiutato e diventa, lui, il soldato, anche se non può che diventarlo a modo suo, mantenendo sempre un margine di libertà e qualche exit strategy da poter utilizzare all’occorrenza.

La presenza degli altri Avengers (non tutti: mancano Thor e Hulk) è funzionale alla narrativa e ad aggiungere pathos all’azione, ma non porta valori aggiunti di rilievo, se non l’introduzione di due nuovi personaggi funzionali alle prossime fasi del MCU: il nuovo — ennesimo — Spider Man e Black Panther. Chicche di un certo rilievo, fondamentali per traghettare gli Avengers dalla dimensione “terrestre” a quella interplanetaria prevista con Avengers — Infinity War.

Ma torniamo a noi: il nuovo assetto del gruppo degli Avengers assume caratteristiche che ancora non conosciamo. Forse Wakanda sarà il prossimo teatro di scontro / incontro o — forse, più semplicemente questa situazione è la reale messa in opera della visione indotta da Wanda Maximoff a Tony Stark in Age of Ultron: la morte degli altri Avengers non come reale morte individuale, ma semplicemente come morte di un gruppo, morte di tutto quello che fino a quel momento gli Avengers avevano voluto rappresentare.

Forse, alla fine, Tony Stark non provoca la morte dei sui compagni su un piano “biologico”, ma decreta la fine degli Avengers come gruppo di individui motivati a combattere insieme e ad unire le proprie forze per un bene supremo.

In un contesto in cui il bene supremo non è più individuabile in modo chiaro ed in cui il dubbio e la diffidenza entrano a fare parte della natura stessa del gruppo dei Vendicatori, il gruppo stesso non ha più ragione di esistere e rischia, proprio per questo di essere sottoposto a pressioni che potrebbero decretarne la fine, così per come lo conosciamo.

Ed ecco che si concretizzerebbe la visione di Stark: la fine degli Avengers e Captain America che pronuncia la frase “Avresti potuto fare di più”. Perché alla fine il colpo più duro per Iron Man è quello di dover prendere atto del proprio fallimento e del suo non essere in grado di poter fare di più. Non solo per gli altri Avengers, ma, anche e soprattutto, per se stesso e per il suo gigantesco ego, che vede improvvisamente ridimensionarsi. Non quindi il sogno della morte dei compagni di battaglia (o forse non semplicemente questo), ma la morte di quel “sogno” che erano gli Avengers.

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