Roma tra storia e leggenda. Episodio 1

La leggenda delle origini

Il 21 aprile 753 A.C. Nasce Roma.

Data probabilmente non casuale, visto che è legata alla semina e all’inizio delle principali attività agricole e Roma era, di fatto, una città basata sull’agricoltura prima ancora che su altre attività che si sarebbero sviluppate solo nei secoli a venire.

Quello che sappiamo della nascita di Roma afferisce in buona parte alla leggenda che gli stessi romani hanno voluto tramandare, anche se esiste una realtà storica che però approfondiremo solo in un secondo momento.

La leggenda della nascita di Roma è quella di Romolo e Remo, ma anche la storia della legittimazione di un potere, quello del primo imperatore romano, che non avrebbe mai potuto giustificare ad un popolo che aveva conosciuto la Repubblica le restrizioni e le forti ingiustizie di un potere assoluto.

Non che il popolo romano non fosse avvezzo alle ingiustizie, almeno per il concetto che abbiamo oggi di ingiustizia, ma, allora come oggi, alle italiche genti basta raccontare la giusta favoletta e ogni ingiustizia passa inosservata.

All’epoca di Ottaviano Augusto la propaganda era certamente meno complessa di oggi. In fin dei conti bastava inventarsi discendenti di qualche divinità, abbellire un pochino il proprio operato, offrire al popolo la giusta dose di “panem et circenses”, tenersi buoni i personaggi più influenti, avere buone guardie del corpo e buoni assaggiatori di cibo.

In qualche modo quello che succede oggi (senza la questione della discendenza divina) ma con la televisione, i giornali e un paio di altri particolari.

Cominciamo dagli antenati divini. Ottaviano Augusto non ne aveva. Se non fosse stato formalmente adottato da Giulio Cesare non avrebbe nemmeno fatto parte dell’elite Patrizia di Roma. Eppure, all’indomani della morte del padre adottivo, si ritrovò, oltre che con un bel po’ di nemici da uccidere, anche alle prese con un potere assoluto da esercitare su quale ancora pesavano il sangue e la spregiudicatezza del suo paparino.

Così, senza pensarci troppo, dopo aver combattuto per anni i nemici di Giulio Cesare, una volta trovatosi sul trono dell’urbe, decise di far dimenticare a tutti di essere stato il favorito di colui che aveva, di fatto, trasformato Roma da una Repubblica ad un impero, creandosi una famiglia nuova di zecca che affondava le proprie origini addirittura nell’aristocrazia troiana di omerica memoria.

E cosa meglio di un poema epico per raggiungere questo risultato?

Ed ecco che entra in scena Virgilio, che vince, in virtù della sua aggraziata metrica, il compito di scrivere un poema epico partendo dall’Iliade per arrivare fino alla fondazione di Roma. Un gioco da ragazzi, insomma. Una di quelle proposte che non si possono rifiutare(evento sapevano gli intellettuali romani quali fossero le proposte da non rifiutare, dopo la brutta fine che aveva fatto Cicerone, con tutte le sue belle e nobili idee sul Senato sulla Repubblica e sui sani principi che Roma avrebbe dovuto coltivare).

Così Virgilio si mette all’opera E comincia a scrivere l’Eneide, testo amato dei liceali di tutto il mondo proprio per la raffinata metrica. L’Eneide è, come recita lo stesso titolo la narrazione delle vicende di Enea.

Enea era un principe troiano che non si era distinto nell’Iliade per coraggio o nemici uccisi. Ma del resto era figlio di Venere E di un mortale parente di Priamo, quindi è più che probabile che fosse poco versato nelle arti belliche e più in altri campi, come dimostra la sua capacità di sedurre donzelle, Almeno a quanto ci racconta Virgilio nella sua Eneide.

Guerriero seduttore poco importa: è comunque di origini divine e questa è la cosa importante.

Virgilio, memore del successone dell’Odissea, fa vagare Enea nel Mediterraneo per un bel po’ di tempo fino a quando non lo fa approdare a Cartagine, dove il focoso troiano fa innamorare di sé la regina della città. Ma si sa che dopo un po’ ci si annoia e così, un bel giorno, senza nemmeno lasciare un bigliettino di ringraziamento per la cordiale ospitalità, Enea riparte. La regina di Cartagine si ucciderà per questo, ma si tratta solo di un particolare aggiuntivo di poco conto.

Enea sbarca in sud Italia, risale la costa e arriva in Lazio. Qui conosce il re Latino(che non è il re del Lazio, come il nome potrebbe lasciar intendere, ma è il re di una delle tante piccole città stato che costituivano il panorama laziale). E anche qui il nostro buon troiano fa strage di cuori: Lavinia, figlia di latino, si innamora del semidio straniero e smania per il matrimonio. Latino, tutto sommato, non vede male l’idea di imparentarsi con Enea: sebbene egli stesso sia figlio di un fauno e di una divinità locale della famiglia, il figlio di Venere è tutto un altro discorso.

E così, con la benedizione di latino, Enea e Lavinia si sposano e si trasferiscono in una città tutta nuova che il neo marito ha fondato come nido d’amore e che ha romanticamente chiamato Lavinia come l’amata consorte. Qui cresce il piccolo Ascanio, figlio di Enea e Lavinia, che, giunto alla maggiore età decide a sua volta di fondare una città tutta sua dove andare a vivere e regnare senza mamma e papà.

Fin qui tutto bene. La nuova città, Alba Longa, prospera e cresce sotto il regno dei discendenti di Ascanio (e quindi di Enea) per otto generazioni, fino a quando due fratelli si ritrovano, piuttosto scomodi, sullo stesso trono. Amulio e Numintore sono l’archetipo di ciò che sempre caratterizzerà Roma: il potere condiviso va a finire male, specie se a condividerlo sono due fratelli.

Ma non siamo ancora arrivati alle nefandezze che caratterizzeranno il futuro di Roma. Amulio, in fondo è un pezzo di pane e proprio non ce la fa ad uccidere il fratello Numintore: si limita a scacciarlo dalla città. Tuttavia si fa molti meno scrupoli nei confronti dei figli del fratello: in fin dei conti, una volta cresciuti, qualche problema avrebbero pur sempre potuto causarlo, e così li fa uccidere tutti, ad eccezione di Rea Silvia, già diventata vestale e quindi intoccabile, se non con gravi conseguenze, e poco pericolosa da un punto di vista di procreazione di discendenti, visto che si trattava di una specie di suora di clausura.

I conti sembravano tornare, se non fosse per il fatto che Amulio non aveva tenuto in considerazione le abitudini degli dei dell’epoca.

E così, proprio nel giorno di libera uscita delle vestali, mentre Rea Silvia schiacciava un pisolino sulle rive del Tevere, si trovava a passare di lì Marte, il dio della guerra, che, rapito dalla bellezza della fanciulla, la mise incinta senza pensarci troppo.

Virgilio qui si gioca il tutto per tutto: per evitare che Ottaviano potesse essere infastidito dall’essere solo il discendente, ed anche parecchio alla lontana, della dea dell’amore, inserisce Marte,

per aggiungere un po’ di sana virilità a tutta la storia.

Amulio scopre che rea Silvia è incinta, per di più di Marte, e così decide di attendere che la gravidanza faccia il suo corso per poi trovare un metodo elegante per sbarazzarsi del neonato.

Al momento del parto si scoprirà che i neonati sono due: Romolo e Remo. Amulio decide che il metodo migliore per chiudere la questione e tenersi stretto il trono sia quello di sistemare i piccoli su una zattera e di abbandonarli alla loro sorte sul fiume Tevere. In fin dei conti quante possono essere le possibilità di sopravvivenza di due neonati abbandonati su un fiume dove la malaria, le correnti dell’acqua E gli animali selvatici la fanno da padrone? Tantissime, se solo Amulio si fosse documentato prima.

E infatti la zattera si incaglia in un’ansa del Tevere, una lupa trova i bambini e, anziché mangiarli, li porta nella sua grotta per allattarli in tutta calma. Secondo il popolino la lupa era in realtà Acca Larentia, prostituta piuttosto nota. Ma Virgilio si guarda bene dall’insinuare che tra gli avi dell’imperatore ci potesse essere una donna dai facili costumi. Molto meglio il quadrupede.

In ogni caso Romolo e Remo sopravvivono egregiamente, scoprono le proprie origini e, in un impeto di spirito di vendetta, tornano ad alba Longa, mandano in esilio Amplio e rimettono sul trono il nonno Numintore. Poi, dopo un po’ di tempo passato a festeggiare l’impresa, decidono di fondare una nuova città. Dopo aver esplorato le rive del Tevere arrivano ad una zona in cui sorgono sette colli. Ne scelgono uno, il Palatino, e decidono di costruire qui il primo insediamento della loro nuova città.

E cominciano a litigare subito. Per prima cosa non riescono a mettersi d’accordo sul nome, e così stabiliscono che chi dei due avesse avvistato più uccelli in cielo avrebbe battezzato la città. Vince Romolo 12 a 6. Il nome della nuova città sarà Roma.

A questo punto si decide di tracciare i primi confini e di erigere le prime fortificazioni. Con un aratro viene tracciato un solco, poi si comincia a costruire una palizzata. Ovviamente non ci si può esimere dal giurare che chiunque avesse osato oltrepassare quelle prime mura sarebbe stato personalmente ucciso dai due fratelli.

Durante la costruzione delle mura i problemi continuano, fino a quando Remo non accusa il fratello di avere eretto delle difese troppo deboli. Purtroppo Remo non doveva avere buona memoria, perché, per dimostrare a Romolo di aver ragione, sfonda le mura e oltrepassa il confine di Roma. Fedele al giuramento il fratello lo uccide immediatamente. Infine dei conti era o non era il figlio di Marte?