Il ratto delle Sabine

Abbiamo già detto che, al netto della leggenda, Roma nasce come una caserma cielo aperto, popolata da soli uomini, non sappiamo se interamente Villanoviani o sia Villanoviani che Etruschi. Considerando il fatto che gli obiettivi di Roma non erano solamente quelli di creare un avamposto militare, Ma quelli, ben più ambiziosi, di dare vita ad una vera e propria città, un problema da prendere in seria considerazione era quello della mancanza di donne.
Non sappiamo per quale motivo, una volta dato vita al primo insediamento, non si fossero fatte giungere donzelle Villanoviane da Alba Longa. Forse, in realtà, i “fondatori” di Roma non erano esattamente dei soldati, ma dei fuggitivi con qualche problema legale nella città di origine o forse c’è stata tramandata una leggenda con il semplice scopo di dimostrare quanto virili e spregiudicati fossero i primi abitanti della città. O forse nulla di quanto racconta la leggenda è vero e i primi abitanti di Roma erano davvero soldati che, una volta costruite le prime abitazioni dell’Urbe si fecero raggiungere dalle mogli e dalle fidanzate.
In realtà di questo sappiamo poco, ma ci resta una bellissima leggenda anche un po’ “caciarona”, insomma uno di quei coloriti racconti da osteria romana che, nella loro ingenuità, contengono sempre un briciolo di verità.
La leggenda narra che i Romani, Una volta costruita la loro bella città sotto il comando, anzi regno, di Romolo, per procacciarsi delle donne decisero di organizzare una grossa festa di inaugurazione con banchetti, musica, giochi, spettacoli e quant’altro per conoscere i nuovi vicini di casa e presentarsi adeguatamente. I nuovi vicini di casa erano i Sabini che abitavano una piccola città lungo il corso del Tevere posizionata più all’interno rispetto a Roma, di nome “Cures”, governata dal re Tito Tazio.
Ovviamente l’invito era rivolto anche alle donne che, mentre padri e mariti erano intenti a giocherellare tra corse campestri, vennero rapite dai Romani che, una volta ottenuto il loro bottino, scacciarono in malo modo gli ospiti maschi. I Sabini ed il loro re ci misero poco a capire che le loro donne erano state rapite dai nuovi arrivati, e non la presero molto bene.
Così, dopo essersi ripresi dai bagordi, si ripresentarono in armi alle porte di Roma per vendicarsi e riprendersi le loro dolci metà. I romani, ovviamente, un pochino dovevano aspettarselo, perché si fecero trovare asserragliati nella fortezza del Campidoglio le cui porte erano, letteralmente,”state chiuse a chiave”.
E a chi affidare le chiavi di casa se non ad una delle nuove mogli, affinché le custodisse con cura nella propria borsetta?
La fortunella si chiamava Tarpeia e destino vuole che fosse anche innamorata di Tito Tazio. Discretamente e senza dare nell’occhio, Tarpeia andò a fare una passeggiata proprio vicino alla porta d’ingresso e, casualmente, le capitò di aprirla per far entrare i Sabini. Evidentemente non doveva essere particolarmente soddisfatta del nuovo marito toccatole in sorte.
Purtroppo non farà una bella fine: presi dall’impeto della vendetta i guerrieri Sabini la travolsero con i propri cavalli entrando nel Campidoglio, proprio mentre lei finiva di spalancare il portone. Una fine piuttosto ingrata, considerando che era stata proprio lei ad agevolare l’ingresso dei suoi concittadini.
Per “onorarne” la memoria i romani avrebbero poi provveduto a perpetuare il suo nome in eterno battezzando “Tarpeia” la rupe da cui erano soliti gettare i traditori di Roma condannati a morte.
In realtà di vittime non ce ne furono molte. Le donne sabine si frapposero tra i due schieramenti e dissero che, tutto sommato, tra le mura di Roma non si trovavano poi così male. Insomma, volevano tenersi i loro nuovi mariti.
I matrimoni non furono soltanto a livello personale: l’accordo di pace, Se così possiamo dire, andò ad assumere ben altre dimensioni, conducendo ad una condivisione del trono di Roma fra Romolo Tito Tazio alla formazione di un nuovo popolo: I Romani Quiriti.
La condivisione di potere non durò molto, visto che Tito Tazio ebbe il buon gusto di morire poco dopo la conquista del trono e Romolo poté tirare un sospiro di sollievo: non solo si ritrovava nuovamente da solo sul trono, ma la popolazione del suo regno era aumentata considerevolmente senza troppi sforzi.
Questa ovviamente è una leggenda: ci è lecito supporre che i due popoli si siano uniti per semplici ragioni di opportunità economiche e di discendenza. Del resto l’unione fa la forza e non dimentichiamoci che, da quelle parti, bazzicavano indisturbati anche gli Etruschi.