La Piramide dell’Odio (notizie dagli scavi)
Benedetto Ponti
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Gentile Benedetto Ponti, ho riletto il suo articolo più volte, controllato le fonti che cita, confrontato i blog a cui rimanda e altri suoi articoli su questo sito. E mi sono convinto che lei sia a) molto bravo a usare le parole; b) effettivamente un populista, come dichiara fieramente.
Questo articolo ha il potere persuasivo di argomentazioni strutturate e soprattutto ben presentate, con quel linguaggio forbito, intriso di latinismi e orgogliosamente privo di quei disprezzati calchi dall’inglese (che orrore “infografica”, salvo poi cadere in un vanitoso “and so on” che certo è più altisonante di “e via dicendo”). Peccato che sotto questo rivestimento luccicante ci siano diverse conclusioni raffazzonate che non hanno niente a che fare con le premesse, presentate però non come una possibile lettura della realtà ma come verità rivelata. Non il massimo per un docente universitario, non crede?

Per esempio, il fatto che la piramide sia copiata da un documento dell’ADL non la rende necessariamente illegittima, anzi costituisce un precedente autorevole, che nella ricerca accademica non è poi male. E, diciamocelo, averlo scoperto non è comunque un grande scoop.

Parlare di rappresentazioni false implica l’esistenza di rappresentazioni vere? Sì, ma tra correttezza dell’informazione e ministero della verità c’è un salto di fantasia, non di logica: se io dicessi che tutti i docenti universitari sono baroni attaccati alla poltrona mi si potrebbe smentire e non sarebbe censura, ma critica di una rappresentazione falsa. Però la citazione orwelliana fa bella figura e parla alla pancia, impossibile resistere.

Anche mettere in mezzo il Primo Emendamento è un colpo basso: perché è vero che l’ordinamento USA protegge a oltranza la libertà di espressione, ma è l’unico al mondo a non prevedere sanzioni per alcune forme di violenza verbale; non menzionare questo fatto vuol dire che lei o non sa di cosa parla (lo escludo, vista la materia che insegna) o è disonesto e dice solo quel che le fa comodo.

Lei grida alla censura, prospetta scenari totalitari e si erge a paladino della libertà, il che mi pare ridicolo perché, di nuovo, ci vuole fantasia a paragonare al Grande Fratello una commissione che ha studiato le cause della violenza e della discriminazione in Italia. Questi fenomeni ci sono, il linguaggio d’odio è una delle cause del crimine d’odio, e gli stereotipi sono uno dei fattori alla base di tutto. Si può discutere se la commissione abbia fatto un lavoro ben fatto o utile, si può discutere di quali misure siano efficaci per contrastare la discriminazione senza violare altre libertà: anche io sono critico su alcuni punti. Ma davvero per lei la libertà di espressione si manifesta nella possibilità di insultare, incitare alla violenza e diffondere informazioni false?

Quello che mi disturba di questo articolo non è tanto il contenuto, che si può condividere o no, ma il modo in cui è presentato e motivato: linguaggio altisonante ed argomentazioni esagerate per convincere che la sua è la verità assoluta, quella che i media istituzionali non dicono e che la gente deve sapere — nella migliore tradizione populista, appunto.
A meno che lei non si avvalga del titolo professionale per sostenere le sue opinioni, forse dovrebbe cambiarlo in “opinionista” o “blogger”, perché da un docente universitario è lecito aspettarsi qualcosa di più.

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