Il malessere di vivere è l’eredità dell’adolescenza al sapore di Nirvana

Da padre non so se riuscirò ad accettare quando mia figlia arriverà a casa e mi dirà di aver scoperto l’ennesimo gruppo nichilista che l’ha colpita particolarmente, fino a variarne in maniera irreversibile la personalità.
Dite che non è possibile? E invece sì, eccome.
Pensateci. Il 75% delle persone che hanno fatto qualcosa nella vita che non fosse altamente mainstream (rubare un diploma, svolgere un lavoro di cui non gli frega una mazza con l’obiettivo minimo di totalizzare uno stipendio decente a fine mese, vivacchiare fra Pomeriggio 5 e il TG5 sognando che Gerry Scotti ti accetti alla nuova serie di Passaparola mentre gratti un altro, l’ennesimo Gratta e Vinci) hanno cominciato a pensare a un destino diverso ascoltando musica. Almeno per me, è così.
Ascoltavamo tutti i Green Day di Dookie, ma in particolare, i Nirvana.
Il grande rimpianto di una vita, quello di non averli visti dal vivo (ne ho scritto diffusamente in un altro blog, questo).

Da allora, il retrogusto malinconico mai sopito, quello che ci fa sentire malinconici quando non ci innamoriamo quotidianamente o non riusciamo a farci una ragione del tempo che passa, accompagna ininterrottamente ognuno, diventando inquietudine e mal di vivere. Ditemi che non è vero. Ditemelo! Ammettete che non è così che vi sentite, quando ripensate ai pomeriggi passati sui gradini di un posto qualunque in città, a dividere gli auricolari con il tipo/la tipa che vi piaceva, mentre la sera s’avvicinava e dovevate tornare a casa perché la cena si freddava. Quanta mestizia, quando a casa ci si chiedeva “Che ne sarà di me?” e quanta mestizia oggi, che ci si ripensa a quei momenti e ci si dice: “Che figo era, allora, chiedersi Che ne sarà di me?”.

Personalmente lo spartiacque di tutti i malesseri sono stati gli Alice in Chains, in cui i malesseri da adolescenziali sono diventati esistenziali, e amen, in ogni caso non è di questo che volevo scrivere.
La domanda che mi faccio è perché la mia generazione continui, nonostante abbia ampiamente scollinato i trenta, ad arrotarsi giorno dopo giorno sul muro del malessere esistenziale, che porta nell’ordine:
- i single a fare i giovani e a pianger del loro status dei single (raga: è bello anche essere single, fidatevi);
- gli sposati di esser sposati e lamentarsi del conseguente status da sposato (raga: è bello pure essere sposati, fidatevi);
- i politicanti, che reagiscono esattamente come reagivano in una discussione sulla politica come quando avevano 16 anni;
- i filocalciofili, che parlavano solo di calcio a 16 anni, e oggi indovina un po’: il calciomercato è ancora il top della conversazione;
- i “cosafaròdelmiodomanisti”, cioè quelli che ancora devono capire che cazzo fare nel loro futuro. Raga, a voi lo dico senza parentesi, c’avete più di trent’anni, ma dai.
Ed è tutta colpa, sempre secondo me, del fatto che abbiamo passato l’adolescenza ad ascoltare gente che si faceva male da sola. Ogni tanto mi pento di non aver accettato quella cassetta di Gigi D’Agostino da Emanuele, il mio vicino di banco. Ora scusatemi, vado a fantasticare di quanto era figo prendere il treno, piangendo, dopo che avevo litigato con la mia fidanzata di Airasca.

PS: comunque Gigi D’Agostino oggi lo si balla ancora, a riprova che allora proprio tutta la ragione non ce la si aveva, soprattutto quelli che “che schifo Gigi D’Agostino”, e io ero uno di quelli.

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