Premiato sfogatoio social

Francesco Gavatorta
Nov 5 · 2 min read

Ogni tanto mi parte l’embolo e mi viene voglia di sfogare su Facebook tutto il rancore raccolto sulle persone che dicono falsità e quelle non giuste, sui casini quotidiani, sulle cose che non mi piacciono, su tutto. Apro questo maledetto social e mi rendo conto che la finestra sul mondo, sugli altri, non è diventata altro che uno specchio dove ognuno di noi sceglie di riflettersi.

Passiamo il tempo sui “social” ma alla fine di social c’è poco. Siamo più verticalizzati su di noi, sul nostro “egosistema”, su quanto questo spazio può essere riempito dal nostro punto di vista, condiviso non per arricchire l’altro ma per affermare noi stessi.

Siamo diventati figli di una necessità dell’essere, in cui il mio essere dev’essere affermato, legittimato, dai sentimenti più belli a quelli più brutti.

E allora tac, appena parte l’embolo sono qui a scrivere cose, non importa che peso abbiano: l’importante è che sia mia, e che generi like, e che magari il sottotesto che non riuscirò mai a pronunciare ad alta voce di fronte al diretto interessato venga sparato dritto in faccia a tutti quelli che mi conoscono, in una specie di grandissimo, eterno saluto al conduttore televisivo di turno.

Il fatto è che siamo diventati completamente digiuni dal sapere maneggiare l’autenticità di certe emozioni, la gioia o l’odio, la tristezza o l’euforia, l’emozione o la calma, tutte sensazioni che possono essere vere solo se intime.

Parliamo di sesso o di morte come fossero dati incontrovertibili, parliamo di vita e di aldilà come fossero moviole di calcio, e pian piano siamo diventati un pubblico di giudici che possono emettere sentenze ed esplodere in disamine e arringhe perché spinti dalla pulsione del momento.

E tutto questo senza controllo, moltiplicato per milioni.

Il risultato sta diventando una generale erosione del senso del pudore, del senso del limite, della capacità di darsi un confine ben definito fra cosa si può fare e cosa no, cosa sia giusto dire e cosa no, cosa sia un valore aggiunto per gli altri e cosa no.

Lasciamo che sia l’embolo a parlare per noi, nella speranza che tutto si formalizzi a uno specifico dato: quante reaction sono riuscito a generare. Non mi interessa neanche sapere quanti hanno letto e come hanno interpretato, mi interessa solo lasciare il segno del mio passaggio, come un cane che segna il territorio.

Io sono riuscito a controllare quell’embolo. Eppure so che la strada è ancora lunga per arrivare a dominare questo maledettissimo senso di frustrazione continua nell’osservare le vite degli altri, respirare i solo assoluti, dipingere i propri valori sull’osservazione del resto del mondo senza aver la capacità di comprenderne tutte le milioni di sfaccettature.

    Francesco Gavatorta

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    Mi piace scrivere quando sono sul treno. Gli amici mi chiamano Frank.