C’è sempre una prima volta

Ieri è stata la mia prima volta. La prima volta in cui ho incontrato faccia a faccia uno dei leader del Movimento 5 Stelle. Ci siamo stretti la mano ed abbiamo passato un’ora e mezza — con altri 15 italiani del mondo accademico di Harvard e del Massachusetts Institute of Technology (MIT) — a parlare di Italia, di Europa e del Movimento.

La netta impressione, in questo incontro privato, è stata di buona fede, preparazione e ricerca di confronto. A differenza di altri leader di partiti che ho incontrato nel recente passato, mi sono trovato di fronte ad una persona che ascoltava e che ha preso appunti, soprattutto alla fine dell’incontro quando ci ha chiesto “Cosa dovrebbe fare il Movimento per ricevere considerazione da parte vostra?”. Di tutti i presenti, solo uno è attualmente parte dell’elettorato grillino. Gli altri no; quindi ha ricevuto risposte dalle più infuocate alle più pacatamente critiche. Alcuni dei presenti sono apparsi ugualmente “ideologizzati” contro il Movimento, a prescindere. Al di là di torti e ragioni; al netto del desiderio tra alcuni dei partecipanti di affermazione di ego individuali da far emergere anche in un incontro a porte chiuse, credo che la reazione sia stata la rappresentazione del livello di polarizzazione della società italiana. La mia risposta alla domanda di Luigi Di Maio è stata che dovrebbero smettere di cavalcare questa polarizzazione per vincere, ma di cominciare a giocare un ruolo più “educativo” per il proprio seguito e canalizzare l’energia che deriva dal malcontento verso la politica del passato per farne una forza costruttiva. Ma per questo dovranno rinunciare alle incoerenze interne, ai “vaffa days”, alla politica urlata, alle immagini ad effetto, ad un “garante” che non ha il profilo etico per esserlo, all’uso di contratti di diritto privato per regolare le decisioni di rappresentanti eletti. Se vogliono essere diversi dagli altri, lo devono essere in positivo — se hanno il desiderio e sono capaci di cambiare la strategia di crescita dei consensi utilizzata fino a questo momento. Capisco che nella politica conta vincere ma — come nello sport — ci sono regole, non solo formali, che vanno rispettate e c’è il “fair play” — il giocare onestamente. D’altra parte, durante le olimpiadi si sospendevano le guerre sebbene si volesse vincere.

La preparazione del nostro interlocutore aveva una lacuna di fondo: mancava di esperienza di vita, al confronto con il mondo e con tanta gente in politica e non. D’altra parte un (una) leader si dovrebbe sempre circondare di persone migliori di lui (di lei). Le idee erano allineate alle posizioni del Movimento, articolate in maniera meno rigida, più dialogica. Come ha osservato uno dei partecipanti: “È bravo abbastanza da sembrare bravo; ma potrebbe non essere bravo abbastanza, una volta eletto, per governare”. L’impressione è comunque che siano davvero un movimento post-ideologico — con tutti i limiti della pluralità delle voci che dà uguale spazio a posizioni nuove ed interessanti, ma anche posizioni anti-scientifiche, a “verità imprecise” facilmente correggibili con un “siamo stati capiti male”. Infine, questo senso di essere coscienti dei propri limiti mi è parso emergere nell’incontro privato. C’è un desiderio di imparare dagli errori fatti fino ad ora, anche su Roma — come ha ammesso il nostro interlocutore. La natura del Movimento di sbagliare ed imparare non è negativa per sé, ma bisogna capire i limiti delle possibilità di sbagliare quando si governa e bisogna avere meccanismi trasparenti per riconoscere e riprendere immediatamente un corso che risolva il problema. Su alcune cose non ci si può permettere la sperimentazione, scoperchiare un vaso di pandora, solo per poi non essere in grado di porvi rimedio. Sembra che lo sappiano (ma non lo ammettano), che quasi temano di ritrovarsi al Governo del Paese e sono alla ricerca di classe dirigente per rafforzarsi.

Fin qui l’incontro privato. L’incontro pubblico — che non è stata una lezione o un discorso, come hanno detto alcuni giornali ma una normale conferenza con moderatore — è andato diversamente. La persona si è ri-vestita da politico. Ha perso autenticità, ha interpretato la sua parte, tante “imprecise verità” e programmi difficilmente realizzabili. Uno spot elettorale, insomma. Una parte del pubblico era genuinamente interessata ed ha fatto domande — anche guidate dalla conoscenza limitata del Movimento che si ha all’estero — per via di pochi documenti accessibili direttamente in inglese, poco sforzo di farsi davvero conoscere all’estero non per propaganda. Altri hanno fatto domande critiche, ma sempre nelle regole del dialogo pubblico. Un intervento piuttosto fuori toni — subito ripreso dalla stampa per fare “sensazione”. E poi nel pubblico è emersa l’opposizione organizzata. La netta sensazione — con indizi abbastanza affidabili — che gente di militanza politica antagonista ai 5 Stelle a Boston abbia organizzato un paio di interventi dall’apparenza spontanea, che sono venuti da diversi lati della sala. Ancora una volta lo specchio del Paese. Malafede intellettuale — usata a fini politici — che polarizza. Un blog programmato con un titolo scelto il giorno prima — a prescindere dal vero contenuto dell’incontro. “A pensar male si fa peccato, ma…” — ci hanno insegnato qualche anno fa.

Sono questi i segni di una classe politica — vecchia, nuova o rinnovata — fatta di stratificazioni “geologiche” di politici di diverse età ma con un DNA comune. Non quello di aiutare il Paese a costruirsi sul meglio di sé, secondo la propria natura ma contro i propri istinti “di pancia”. Ma quello di raccogliere consenso facile basato su malcontento da un lato o sulla paura che quel malcontento distrugga anche il poco che sta in piedi. Ecco, io mi domando se malcontento e/o paura siano fondamenta abbastanza solide per guidare il Paese a liberare le sue energie più creative, a decidere gradualmente di rimettersi in gioco e prendere dei rischi, ad assumersi le sue responsabilità — anche quelle degli errori fatti da altri prima di noi.

Io sono pronto a scommettere che c’è una parte d’Italia — più ampia di attuali minoranze non rappresentate nelle istituzioni — che vuol resistere ai propri istinti e disciplinarsi nel rispetto dei propri valori e di valori comuni; che vuole ristrutturare il Paese armandosi di pazienza e buona volontà, non di martello pneumatico. Non tanto per il presente, ma per il futuro. Io sono pronto a scommettere che questo gruppo di italiani non sa a chi affidarsi — politicamente — e non sente di avere uno spazio per credere o per impegnarsi in prima persona. Io sono pronto a scommettere che c’è un’Italia silente, pronta ad emergere se qualcuno comincia. Sono pronto a scommettere. Ma la domanda è: siamo pronti a cominciare?