Rubrica "Vite in Movimento" - Immagini, pensieri e parole sull'Immigrazione

Oggi iniziamo Una Nuova rubrica sul Nostro giornale www.piazzadellenotizie.it.

L'idea nata dal confronto scaturito durante l'Iniziativa "Vite in Movimento" Che Si e Tenuta Il 5 dicembre scorso a Borgo San Lorenzo. Nel Programma di this giornata era Previsto al mattino un confronto di tra Operatori del Settore della Comunicazione Che poi E riuscito a coinvolgere un gruppo di also singole PERSONE Interessate al tema. Un confronto serrato Che E durato per due ore e Tutti i Partecipanti erano accomunati Dalla voglia di saperne di Più, di Essere informati e comunicare bene su this Fenomeno epocale Che nonostante tutto, ci coinvolgerà e riguardera in prima persona.

Essere informati senza pregiudizi, slogan, intolleranze e razzismi vari. ABBIAMO Raccolto this Stimolo, realizzando this rubrica Che ha coinvolto Operatori del Settore, ma aperta Anche a singole PERSONE Che vorranno Porre degli interrogativi, Raccontare storie, tariffa Proposte. Una rubrica Che Non Vuole diffondere nessuna verità MA Domande solista suscitare, confronto, approfondimento lasciandosi alle Spalle Luoghi Comuni, razzismo e intolleranza.

Oggi, per iniziare, pubblichiamo bellissimo un racconto di Matteo Lucii con il quale è stato Presentata la mostra fotografica "Immagini in movimento" Che Si e tenuta Presso il Palazzo Comunale di Borgo San Lorenzo dal 5 al 13 dicembre scorso con bellissime foto di Francesco Malavolta . Un bellissimo contributo per introdurre questo tema molto importante.

Fides di Matteo Lucii

Sabbia. E odore di salmastro. Legni. E calma piatta. Stremata, mi lascio trasportare a riva dagli ultimi sussulti di un mare stanco. E’ stato un lungo viaggio, adesso è il momento di riposare. Non ho più forze, né sogni né speranze, solo il desiderio, irrefrenabile, di farmi scorrere addosso la vita. Questa vita. Fatta di sole, pace e di un profumo intenso di macchia mediterranea. Rimango col respiro sospeso, cercando intorno i miei compagni di avventura. Venti, mi sembra. Venti, quasi sicuramente. Ventuno, forse. Sento cuori che battono piano, insieme, come un unico grande tamburo. Non ho più sete, né fame, solo bisogno di calore. Di un corpo, di un telo, di una carezza leggera che si prenda cura di me. Tre giorni, mi sembra. Tre giorni, quasi sicuramente. Quattro giorni, forse. Il viaggio sfuma al suono delle cicale, rimane ricordo sbiadito ma vero. Non ha nome, questa spiaggia, o forse si. La chiamerei libertà, se fossi pazza, la chiamerei salvezza, se fossi sicura. Sabbia. E odore di salmastro. Legni. E calma piatta. Inutile guardarsi intorno, non si vede nessuno. Ma qualcuno arriverà: arriva sempre qualcuno, anche quando non lo aspetti, anche quando non vuoi. E allora non aspetterò. Il mare non fa più paura. Ribelle, ostinato, tremendo, furioso, ingrato. Oggi, amico. Aspetterò, invece. Il sole brucia, sulle assi di legno bianche, rigate in basso da un azzurro ormai stinto, i remi adagiati sui fianchi, inutili bastoni a cui appoggiarsi non è più possibile. A prua una calligrafia decisa ha inciso con una vernice rossa un nome che fino a stanotte fendeva orgoglioso le onde. Fides. Incrollabile, come quella dei miei compagni di speranza, indomabile, come le loro anime. Tre giorni fa, mi sembra. Tre giorni fa, quasi sicuramente. Quatto giorni fa, forse, lasciammo le coste dal nome inquietante. Il Continente Nero. Nero. Come la pelle, come il petrolio, come l’anima, come il futuro. Nero. Nessuno a salutarci, a gridare il nostro nome o a pregare per noi. Nessuno. Solo venti, forse ventuno, corpi sfiniti dalla guerra e dal dolore, che si muovevano lenti, frenati dalla paura e dal coraggio. Sabbia. E odore di salmastro. Legni. E calma piatta. Solo questo salutava la nostra partenza, solo questo era silenzioso testimone della nostra incoscienza. E la luna. Già, la luna. Faro discreto che ci indicava il cammino anche nelle notti più fredde, quando i denti si consumavano sbattendo violentemente tra sé e i pochi vestiti rimasti restituivano alla pelle il bruciore del sale. C’era un vecchio, in un libro, che parlava degli uomini, e del mare. Diceva che ne esistono tre tipi: quelli che davanti al mare ci vivono, quelli che ci si spingono dentro e quelli che, dal mare, riescono a tornare, vivi. Noi ci abbiamo vissuto, davanti al mare, e ci siamo spinti dentro. Adesso ne siamo tornati, vivi. E cosa ci facciamo, di nuovo, davanti al mare? Dall’altra parte del mare, eroi di nessuno in una vita non nostra? Ci siamo fermati su un lembo di terra, più grande di uno scoglio, più piccola di un’isola. Comunque, terra. Era la terza notte, che sarebbe diventata quarta. Ci siamo fatti cullare dalle onde leggere fino alla riva, osservando il punto preciso in cui la terra e il mare si incontrano e fanno l’amore. Ci siamo commossi, mentre scendevamo quel piccolo corpo dal viso nascosto da un bendaggio ormai logoro. Ventuno corpi che scendono a terra, con gli occhi lucidi e il cuore pesante. Ombre, che si inoltrano tra gli alberi, con movimenti automatici: scavano, scavano, piangono, scavano, pregano. Venti corpi che risalgono, con gli occhi lucidi e il cuore pesante. Venti, di sicuro. C’è una fotografia che ho portato con me, incastrata tra le assi di poppa, protetta da teli di iuta e canapi consunti. Per non dimenticare quella notte. Per non scordarsi mai perché ci siamo spinti dentro al mare. Perché viverci davanti, con alle spalle un deserto fatto di morti, era insopportabile. Pace, la chiamavano. Noi avremmo potuto dare altre cento nomi, a quell’orrore, ma non questo. La vita a volte è solo un sogno a cui cambiamo nome troppo spesso. Sabbia. E odore di salmastro. Legni. E calma piatta. Non ho più forze, né sogni né speranze. Me ne starò semplicemente qui. Ad aspettare che qualcuno venga a farne qualcosa di me, di questo mucchio di assi che venti uomini hanno avuto il coraggio di chiamare barca.

�E��:��