Breve nota sull’agir cortese

Quando un esito dipende solamente da te, ci lavori — più o meno intensamente — fino ad arrivarci.

Quando dipende da fattori non controllabili, o poco controllabili, la tua fatica è soprattutto riuscire a limitarti a fare quello che puoi fare, abbandonandoti a una cieca fede ottimistica.

Se proprio non riesci a rassegnarti ad aspettare, puoi cavalcare credenze del tipo: il futuro è sempre e comunque la proiezione della mia immaginazione, volontaria o involontaria, conscia o inconscia. In questo modo ti riconduci alla prima condizione: siccome l’esito dipende da me soltanto, mi basta lavorarci fino a raggiungerlo.

Quando invece un esito dipende dal contributo di altre persone, diventa soprattutto un gioco di pazienza e di sollecitudine. Questo può essere un vantaggio: se il mio interesse verso l’esito è modesto, che l’interlocutore a cui tocca la prossima mossa tardi a compierla mi permette di non dovermene occupare per un po’. Ma può diventare molto frustrante se il mio interesse per l’esito è alto.

È un problema di allineamento delle motivazioni: se la mia è molto maggiore, cerco di alzare la bassa motivazione altrui con la persuasione. Ma in tanti anni di coordinamento di team e di progetti ho visto che non funziona quasi mai: la propria motivazione verso un esito appartiene completamente alla sfera personale e intima. E, come l’amore, la motivazione non si può provocare (ed è proprio questo il bello!).

Potremmo forse ricorrere a tecniche di manipolazione della mente tipo la programmazione neuro-linguistica, ma sarebbe cinico e vagamente infame, perché l’intimità delle persone è sacra.

L’unica soluzione che vedo, quando un esito che ci sta a cuore dipende dal contributo altrui, è una cortese ma ferma insistenza.