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Perché il credito a breve non è più di moda


Nella seconda puntata della serie ‘Come va il credito alle imprese?‘ ci soffermiamo su un particolare effetto del credit-crunch che perlomeno a livello complessivo mostra una marcata tendenza degli istituti di credito a preferire il credito a medio-termine rispetto a quello a breve fino a 12 mesi. In assenza di spiegazioni ufficiali dalla banca centrale o dall’ABI proveremo anche a ipotizzare qualche ragionevole motivo che giustifichi la preferenza nella seconda parte del post.

Prima di tutto i fatti. In base alle statistiche rilasciate dalla Banca d’Italia c’è stato un deciso spostamento nei volumi di credito concessi alle imprese a favore del medio-termine (di per sé questa sarebbe una notizia positiva) controbilanciata da una forte riduzione nel credito a breve. Come mostra il primo grafico +34 miliardi da fine 2012 a giugno 2017 sui prestiti da 1 a 5 anni e riduzione di ben 71 miliardi nel credito alle imprese sino a un anno.

Il calo del credito complessivo è stato spesso attribuito dal sistema bancario al ‘cavallo che non beve’ traduzione immaginifica del calo del PIL e dei fatturati delle imprese da un lato e degli investimenti dall’altro.

Tuttavia l’alibi dei banchieri nazionali non regge più nel 2016–17 quando il PIL è tornato a crescere e gli investimenti sono ripartiti anche grazie a forti incentivi fiscali (superammortamento e industria 4.0). Il secondo grafico mostra l’andamento da gennaio 2016

fonte: elbaorazione su dati Banca d’Italia

Negli ultimi 18 mesi i prestiti a breve sono calati di altri 20 miliardi pari al 7% del valore iniziale, mentre i finanziamenti a medio termine salgono ancora di 15 miliardi.

Una possibile spiegazione

Nella totale assenza di rilevazione di questo fenomeno di sostituzione delle scadenze da parte di fonti ufficiali e stampa specializzata si può solo tentare un’interpretazione della netta inversione di marcia del sistema bancario, che dopo avere elargito credito a breve a piene mani (purtroppo anche per finanziare investimenti…) ha mutato atteggiamento. Più che una sola ragione una serie di concause:

♦ la prima è stata appena citata. Le banche in un impeto educativo verso i piccoli e medi imprenditori spingono verso un uso più razionale del credito promuovendo la sostituzione del breve con mezzi più stabili. Probabilità basse

♦ la seconda è di tipo comportamentale e leggermente maliziosa. Il popolo dei bancari messo sotto pressione per evitare nuovi NPL, erogare in massima sicurezza e allocare tempo alle nuove erogazioni preferisce di gran lunga un’unica operazione a 5 anni per, ad esempio, 1.000.000€ rispetto a centinaia di anticipi fatture di piccolo importo per garantirsi utilizzi equivalenti a 1 milione. Un milione di impiego a 3 anni medi corrisponde a 50 fatture da €20.000 che ruotano 4 volte all’anno mediamente per 3 anni, pari a 600 operazioni a terminale!. Probabilità: non confessabili.

♦ passiamo ad argomentazioni più tecniche che partono dalla provvista di fondi della BCE e dalle spinte di quest’ultima perché le banche prestino all’economia reale. Come mostrano i due grafici successivi le banche italiane hanno fatto ricorso più delle altre banche europee al rubinetto TLTRO a tasso zero o negativi. Ben 251 miliardi solo nelle operazioni TLTRO stimate dalla banca Pictet.

Questo ricorso a fondi a medio termine non si è trasmesso come visto nel post precedente in aumento dei prestiti all’economia reale (esclusi i mutui immobiliari) come auspicato dalla BCE. Spagna e Italia hanno usato fondi anche per altro, cioè lucrare un beneficio di margine sui titoli di Stato che secondo le stime della stessa banca si è aggirato intorno a 1 miliardo di euro per le banche italiane.

Non avendo accontentato Draghi ora però devono spingere i veri prestiti all’economia per ottenere i fondi a 0,4% sotto il tasso di rifinanziamento. E dato che i fondi della BCE sono a medio-termine, è fondamentale erogare a medio-termine oggi più che negli anni passati. Probabilità elevata.

♦ infine l’ultima concausa. Che proviene dall’uso e dall’abuso della garanzia statale fornita dal Fondo Centrale di Garanzia sui prestiti alle PMI, una garanzia quasi sempre all’80% e molto spesso usata da tutte le banche più per ridurre il costo del capitale assorbito da buoni clienti che per ammettere al credito imprese difficilmente ammissibili senza garanzia. Quale sia stata la motivazione anche questo protocollo di credito privilegia il credito a 3–5 anni rispetto al credito a breve e così le banche lo hanno utilizzato a piene mani come mostra l’ultimo grafico che evidenzia crescita dei volumi di credito garantito da FCG pari al +55% dal 2013 al 2016 e probabilità di altra crescita nel 2017 prima che la riforma riporti un po’ di buon senso in questa Befana bancaria. Si tratta di effetto su 16 miliardi ma la probabilità è elevata, quasi certa.

fonte: Ministero dello Sviluppo Economico -Fondo di Garanzia e Confidi, Roma 19–7–2017

Non resta che mescolare i quattro ingredienti con le vostre personali esperienze e opinioni e trarre il giusto mix. I numeri però restano chiari: il credito a breve non è più interessante per le banche come lo è stato sino a pochi anni fa. Il calo prosegue e certamente la liquidità del sistema economico non ne trae beneficio. Tanti cavalli assetati e poche fontane.