10 agosto 2012
(il penultimo concerto

dei Blur)

E così, alla fine, s’è fatta la follia. Abboccando come verginelle al grande amo rock&roll; del “guardate che stavolta ci sciogliamo per davvero, eh” (non avessimo già letto tra le righe delle ultime dichiarazioni di Albarn & Coxon un intero libro mastro di disclaimer atti a tenersi una porticina — ma pure un portone — aperti per future reunion), abboccando come verginelle, dicevamo, s’è preso l’aereo e si è andati a rendere l’estremo saluto ai perituri Blur. Non al gran finale olimpico di domani sera a Londra, no. Capaci tutti a stracciarsi le vesti di fronte a quello che già sulla carta nasce come il momento emotivamente più’ devastante dell’estate (cosa potrà essere l’istante in cui su quel palco galleggerà l’ultima nota di “The Universal”, con i 100mila e passa di Hyde Park consapevoli che quella dovrebbe essere la parola FINE…).

No, noi invece si è andati a quella che era di fatto la prova generale del Gran Finale: il “penultimo concerto”. Headliner alla seconda serata — ieri — di un festival poco noto fuori dai confini svedesi, ma in realtà assai appuntito, il Way Out West di Göteborg (immaginatevi villa Borghese a Roma con tre palchi giganteschi e una cinquantina di migliaia di hipster vichinghi stilosissimi e ordinatissimi che per tre giorni caracollano e si dimenano felici di fronte a Bon Iver, Hot Chips, Kraftwerk, Bob Mould, Frank Ocean e decine d’altri: ecco, continuate a immaginare).

Dunque, i Blur. Con la platea d’hipster vichinghi (stilosissimi e ordinatissimi già l’abbiamo detto, vero?) che qualche minuto prima del loro arrivo già intonano sommessamente “Oh my baby, oh my baby/oh my, oh my…”, e loro quattro che al quinto o sesto refrain popolare salgono — dimessamente e senza tante cerimonie, davvero come entrassero in una sala prove anzichè al loro penultimo concerto — su un palco che per due secondi sembra persino esageratamente grande per quei quattro ragazzetti cresciuti (ci ricrederemo molto rapidamente, al riguardo). Damon in Fred Perry blu, jeans, giubbetto denim e il consueto irresistibile repertorio di faccette da schiaffi. Gli altri tre concentrati e invisibili, davvero come si fosse a porte chiuse, da qualche parte a Camden o Euston o Shoreditch. Il tempo di prender posto agli strumenti e di un accenno di sorriso alla platea, e il familiare “dunga-dunga-dunga-dunga” di “Girls and Boys” trasforma istantaneamente le prime venti file (almeno) in un’unica gigantesca molla impazzita che urla — chi perchè c’era e se lo ricorda, chi per sentito dire — che “Love in the Nineties/is paranoid”.

È — con buona pace di tutti i bei discorsi teorici pitchforkiani sui Blur british invasion “all’incontrario”, riportatori a casa UK (dopo un lungo giro baggy e kinksiano) delle chitarre lo-fi ammerigane — una gigantesca discoteca britpop a cielo aperto. Damon damoneggia: concentra su di sé l’attenzione (lasciando gli altri liberi di concentrarsi, sembra questo il deal), fa le faccette e interagisce, educatamente, con la platea. “Sapete che domenica ci aspetta un bell’impegno”, bofonchia. E poi, quasi a riconoscere lo status di prove generali dell’evento: ”E stasera… stasera è la miglior preparazione che potevamo immaginare”. Segue accorata dedica ai locals: “Quando i Blur erano agli inizi, la Svezia è stato il primo posto oltre a casa ad averci accolti. Per cui… grazie!”. Parte “Trimm Trabb”: per gli esegeti pitchforkiani di cui sopra, forse la vetta dell’intera serata. “Adesso faremo una delle due canzoni nuove”, gigioneggia poco dopo. “Do the good one!” (fate quella buona!) lo apostrofa con perfetto tempismo sit-com un vichingo dalla platea. Damon ghigna e la banda attacca — in effetti — quella buona (“The Puritan”: base elettronica esile e carina e vocale quasi sussurrati). Seguita, nei tre quarti d’ora rimanenti, da qualsiasi altra canzone — in 21 anni di carriera — non avessero ancora fatto stasera e potesse servire a far contento ciascuno dei fan presenti.

Eppure… Se un difetto, giusto uno, dovessimo trovare al (bellissimo) concerto di ieri sera, è proprio il suo esser stato prevedibilmente impeccabile. Perfetto, ma “qualsiasi”: senza nulla che facesse percepire, presagire o anche solo pensare che fosse “il penultimo concerto dei Blur ever”. La band nella sua sala prove a cielo aperto, il popolo nella sua meravigliosa discoteca-labirinto-britpop: patti chiari amicizia lunga (lunga 21 anni, certo), ma ognuno nel suo ruolo, ognuno col repertorio che sindacalmente ci si poteva aspettare (tant’è che quando a “Beetlebum”, ovviamente perfetta, segue una breve coda acustica con Damon colla chitarrina a tracolla assai rurale che — finalmente — fa il Jagger to his Richards con Coxon, ci si dà di gomito l’un l’altro e quasi non si crede ai propri occhi).

Eppure, al tempo stesso. Verso la fine, quando la band attacca “Under the Westway” — quella in teoria “non buona” della due canzoni nuove: perché’ sembra gli Oasis, perché sembra “A Whiter Shade of Pale” dei Procol Harum, perché sembra i Kinks più pigri e gigioni, perché ricicla pure il cliché dell’accordo finale di piano SBREEENG tipo “A Day in the Life” dei Beatles. Bene: sentita lì, al parco di Göteborg — sarà stato il freddo, la quieta presenza del presepe di vichinghi pogatori educati, sarà stata la consapevolezza che, sì, anche se i diretti interessati facevano finta di nulla era pure sempre il penultimo concerto — ma per un lunghissimo istante della durata di tre minuti è stato perfettamente chiaro a tutti come e perché la famosa, vecchia e un po’ ridicola “war of britpop” l’abbiano vinta loro vent’anni fa, e agevolmente la rivincerebbero dovesse mai il mondo finire e ricominciare altre mille volte. Fuck tangheri Gallagher, grazie Damondavegrahamalex. È stato bellissimo vivere questi 21 anni insieme a voi. Ma tanto prima o poi ci si rivede, no?

(Questo report è uscito originariamente l’11 agosto 2012 sul sito www.rollingstonemagazine.it, nel frattempo scomparso)

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