Non ditelo a Carlo Martello — storie di messaggi mica tanto subliminali e vigliacchi 2.0
Il 25 Agosto il quotidiano Libero pubblica questo articolo:
http://www.liberoquotidiano.it/news/italia/13222878/colosseo-primo-settembre-preghiera-islam.html

Titolo allarmante, primo paragrafo addirittura apocalittico: “i musulmani invaderanno il Colosseo per trasformare la zona in una moschea a cielo aperto”.
Oggi pero’ le invasioni saracene dell’Europa funzionano diversamente che ai tempi di Carlo Martello. L’associazione bengalese di invasori ha infatti dovuto richiedere il permesso alla questura di Roma per autorizzare questa nuova Poitiers.
Se si legge il comunicato stampa originale, le cose sembrano pero’ abbastanza diverse da quanto strillato nel titolo di Libero:

Delusione! Questi bengalesi a quanto pare vogliono solamente ritrovarsi per un giorno vicino al Colosseo in segno di solidarietà alle vittime dell’Isis. Addirittura sostengono che quelli dell’Isis siano dei criminali che non abbiano niente a ché spartire con la religione islamica. Non può essere vero.
E fin qui tutto ok, insomma, si parla pur sempre di Libero, cosa ci si aspettava? Ma la parte piu’ interessante viene ora.
Permettetemi di sfoderare il mio lato nerd e farvi notare una scelta tecnica molto “interessante” da parte della redazione di Libero.
Se condividete l’articolo in questione sul vostro social network di fiducia, noterete che il testo che appare come “anteprima” del contenuto è molto diverso da quello originale. Questo è quello che succede su Facebook:

Ma che miracolo è mai questo? Con un colpo di scena, il titolo che condividete rivela ora la vera minaccia. Anzi, sembra essere persino troppo tardi oramai: i Saraceni trionfano, Allah conquista il Colosseo, data storica, Carlo Martello si rivolta nella tomba. Si tratterà di una tattica anti-spionaggio utilizzata dai geni di Libero per nascondere il grido di allarme agli emissari di Saladino?
Quello che succede in realtà è di gran lunga più subdolo e pericoloso, rispetto al capolavoro giornalistico pubblicato da Libero. I social network utilizzano alcuni “meta tag” (contenuto presente nel codice della pagina, ma non visibile) con cui gli autori possono decidere titolo, descrizione e immagine da utilizzare come anteprima dell’articolo che viene condiviso. Niente obbliga l’autore ad assicurarsi che queste informazioni nascoste rappresentino veramente il contenuto dell’articolo.

In breve: quando l’articolo viene condiviso, il titolo originale viene rimpiazzato da una nuova versione, di cui addirittura quelli di Libero si vergognano (altrimenti lo avrebbero usato come titolo visibile nell’articolo).
Ma perché sprecare una così ghiotta occasione in nome della vergogna? Basta chiedere al collega nerd in redazione e il vero messaggio può comunque passare indisturbato sulle timeline dei propri amici, che leggono, si indignano, cliccano, e condividono, in un loop di vigliaccheria 2.0.
Tanto chi andrà poi a controllare cosa effettivamente si era condiviso su Facebook? E poi, tutti quei like, e gente che si indigna, e commenta…
Insomma chissenefrega: il Colosseo è di Allah, ci sono cose più importanti per cui indignarsi oggi.
