La 100

Via Di Vittorio è la strada dove sono cresciuto, incrociava il vialone principale del germoglio di un quartiere follonichese nato con la legge 167, quella dell’edilizia economica popolare, dalla quale aveva preso il nome. Oggi si chiama “quartiere degli ulivi”, ma per quelli della mia generazione è sempre “la cento”.

In fondo a via Di Vittorio, andando verso l’Aurelia, ci sono tre palazzi che furono tra i primi ad essere costruiti dalla stessa cooperativa edile; due alti, identici come gemelli omozigoti, divisi da un piazzale, e un terzo palazzo simile agli altri due ma esteso in orizzontale, quello dove stavo io.

All’epoca i tre palazzoni se ne stavano isolati in mezzo allo sterrato, soli in mezzo al nulla, come stazioni orbitanti. I palazzi erano abitati per la maggior parte da gente impiegata a vari titoli nelle aziende industriali che negli anni settanta prosperavano in zona, tanti operai, tanta brava gente, persone semplici e oneste che partivano e tornavano insieme, sempre dalla fermata davanti casa, regolati secondo i turni degli stabilimenti.

Gli anni 70 sono stati spettacolari: i nostri genitori erano giovani, il calcio era pulito, la sinistra era vera, ma soprattutto la musica era veramente eccezionale, noi eravamo bambini e ce ne fregavamo di tutte queste cose.

All’epoca per noi c’era solo il “piazzale”, la nostra base di partenza per le avventure con gli amici della via. C’era il verde, tanto, con noi, amici per la pelle, che ci scorrazzavamo tutti insieme dalla mattina alla sera inventando giochi sempre diversi.

Si correva in bici sulle strade sterrate, ci lanciavamo giù per gli scivoli dei garage con slittini senza freni fatti di tavole usando come ruote i rocchetti dei motori.

Costruivamo i “capannini” sugli alberi con materiali ed attrezzi fregati dai cantieri dei palazzi in costruzione. Erano robe talmente traballanti che è un miracolo che non ci sia mai crollato niente in testa.

Giocavamo a “sturmtruppen” che era il nome che avevamo dato ad una specie di guerriglia che si faceva con le fionde tirandoci le olive e i pitosfori delle siepi sotto casa. Ci dividevamo in due squadre una difendeva un fortino, l’altra attaccava. La regola era di mirare solo dalla cintola in giù, quando si veniva presi era impossibile barare, il colpo era doloroso e lasciava inequivocabili segni, chi veniva preso era “morto” ed era fuori dal gioco fino alla fine della battaglia.

Si poteva anche fare merenda tutti insieme, senza tornare a casa, con le more vicino alla ferrovia e scroccando la frutta degli orti oltre l’Aurelia.

Si facevano battute di caccia al serpe con le fionde caricate a “ghisotti” che per noi erano le munizioni migliori in assoluto, in realtà erano dei pallottoli di loppa, uno scarto della lavorazione dell’acciaio all’altoforno di Piombino, si trovavano facilmente sul ciglio dell’Aurelia perché cadevano dai camion durante il trasporto.

Facevamo esplorazioni in “Valle” e a “Pioppeta” passando dalla proprietà del vecchio Gaeta, un tipo irascibile che girava sempre con un ape 50 riciclando cartoni ed altra roba dai cassonetti della spazzatura per poi rivenderla. All’epoca il tipo ci sembrava un po’ matto. A ripensarci, invece, era troppo avanti, aveva capito con molto anticipo l’importanza del riciclo, una cosa che oggi molti politicanti stentano ancora a comprendere, o a cui forse conviene così.

Il divertimento maggiore però erano senza dubbio le partite a pallone per la strada con le porte fatte con i sassi o con i giacchetti; quelle si che erano divertenti.

Se non c’erano troppe auto parcheggiate giocavamo direttamente nel piazzale, ma se dopo qualche pallonata alle macchine qualcuno si affacciava sgridandoci ci spostavamo poco più in la, sulla via Di Vittorio.

In seguito tutti abbiamo giocato più o meno seriamente sui campi veri, in erbetta o sintetici, ma io non mi sono mai divertito tanto a giocare a pallone come sull’asfalto.

Quando cadevi ti sbucciavi le ginocchia e le mani, a volte anche i gomiti, le regole erano leggermente diverse, ad esempio il “blocco” era sanzionato, lo chiamavamo fallo di “ostruzione” ed il passaggio di un’automobile fermava immediatamente il gioco anche se nell’azione eri lanciato a rete.

Era divertimento puro, passavamo pomeriggi interi a giocare finché alla sera le mamme si affacciavano chiamandoci ripetutamente dai terrazzi per la cena e si tornava a casa sporchi, sudati e sbucciati.

Il pallone era rigorosamente un “tango”, quello di gomma che si comprava dal giocattolaio, gli altri non andavano bene, il “santos” o peggio il “super-tele” erano troppo leggeri e prendevano vento mentre il pallone di cuoio vero sull’asfalto si scorticava subito rovinandosi dopo pochi tiri e poi costava troppo, chi aveva la fortuna di averne uno se lo custodiva a casa e finiva per dimenticarselo a sgonfiare su una mensola della cameretta.

Quando pioveva ci arrangiavamo a giocare a subbuteo in garage o a qualcos’altro in casa di uno di noi a turno.

I nostri appartamenti erano simili tra loro, avevano tutti la stessa rassicurante aria familiare, disposizione simile, le stesse piastrelle e le stesse mattonelle, che era sempre un po’ come stare a casa propria.

Erano gli anni di supergulp e dei cartoni giapponesi, i vari Goldrake e Mazinga per noi maschietti e Candy Candy e Heidi per le femminucce. Poi arrivò Daitarn 3, il mio preferito, già allora era avanti, a parte il grande giro di basso della sigla, andava ad energia solare rinnovabile ed era invincibile senza bisogno di scomodare mirabolanti e radioattive armi atomiche.

In estate la sera stavamo a chiacchierare fino a tardi sulla panchina vicino al lampione che tanto poi il giorno dopo non si doveva andare a scuola.

In fondo ai garage c’era la cannellina dell’acqua potabile che arrivava diretta dall’acquedotto del Fiora. E’ sempre lì. Fatta di ottone consumato se ne sta avvitata a un tubo scoperto e sfocia su un pozzino lercio. Dalla cannellina sgorga sempre una favolosa acqua fresca, una vera goduria quando ci si attaccava per lunghe sorsate dopo una corsa o un’interminabile partita a pallone.

Il piazzale era sempre pieno di vita, anche in inverno dopo aver fatto in compiti si scendeva e si trovava sempre qualche amico con cui giocare.

Ora non abito tanto lontano e ci torno spesso a trovare i miei genitori, ma il piazzale è sempre deserto. Alcuni appartamenti dei tre palazzoni sono stati venduti a coppie giovani ma i bambini non ci sono, forse se ne stanno in casa a giocare oppure vanno da qualche altra parte.

Il piazzale ora è silenzioso, non ci sono più i gioiosi schiamazzi dei bambini che giocano, non ci siamo noi, i vecchi amici si sono sparpagliati in giro, con alcuni sono rimasto in contatto, altri sono andati via e non ci sentiamo quasi mai.

Il grande piazzale di via Di Vittorio è oggi declassato a muto parcheggio condominiale con spazi verdi ben curati, ma nel silenzio di quello che fu il nostro universo ludico è però più facile ricordare la fine dei favolosi anni 70, quando la musica era eccezionale e la sinistra era vera, quando il calcio non puzzava di marcio e noi eravamo bambini e ce ne fregavamo di tutte queste cose.

(FabR#la100)