La delusione di chi ci ha creduto: ma ora è necessario valutare i “messaggi” del voto

La vittoria del no nei titoli dei quotidiani italiani

C’è un mondo che va oltre la molteplicità delle critiche di queste ore sull’esito del referendum. C’è una parte consistente del nostro Paese che ci ha creduto nella riforma. Ha creduto nel merito della proposta. Ma c’è una fetta più grande che l’ha bocciata. E non l’ha cestinata nel merito, ma rigettata, vomitata, senza nemmeno volerla approfondire.

E quando ci si trova fra quelli della prima categoria, che tutto sommato può contare su una base di ripartenza (tutta da verificare e analizzare per bene), non è possibile non accorgersi che serve un approccio nuovo nel modo di fare politica per evitare che gli scontenti e i disperati della seconda categoria di italiani aumentino sempre di più. La campagna per il referendum mi ha fatto riscoprire il contatto con la gente, il dialogo, l’ascolto dei bisogni. Anche l’ascolto di chi invece sul merito non la pensa come me. Resto fermamente convinto della bontà e della necessità delle riforme portate avanti da Renzi: la scuola e il job acts, per citare le più corpose, andavano fatte: la prima perchè immaginare di migliorare il precariato scolastico non poteva non essere un obiettivo, la seconda perchè il lavoro era, e rimane, il tema su cui far confluire la maggior parte delle risorse e delle buone idee anche nel futuro. Ma in entrambi i casi sono stati commessi degli errori di valutazione o di esecuzione. E di questo, anche, bisogna prendere atto. E certamente dagli scontenti del no è stato fatto. Sono orgoglioso che il Governo negli ultimi mille giorni abbia garantito il “Dopo di Noi”, che abbia esteso i diritti civili per le coppie omosessuali: traguardi importantissimi ma orfani di una politica più incisiva nel welfare e nell’occupazione. Lì si doveva e poteva fare di più. E da oggi stesso l’unica strada alternativa all’avvento di “populismi” che poi altro non sono che nuove, e ancora non troppo definite, “destre”, come già ampiamente dimostrato in altri paesi, sarà quella di tornare ad immaginare nuove frontiere, mutuando esempi positivi da Paesi amici in cui certe dinamiche funzionano ancora bene, come la Germania ad esempio, dove guarda caso, rispetto ai colleghi “premier” di prima fascia, la Merkel mantiene una certa fiducia.

Ma prima delle conclusioni riavviamo il nastro per un momento.

Oggi è possibile ripercorrere questi due mesi di campagna elettorale senza l’ansia di voler influenzare alcun elettore, o senza sentirsi attaccato a tutti i costi per partito preso da chi ha difeso idee diverse con veemenza, o da chi comunque ha criticato la posizione del sì con criterio.

Torniamo a quando mi sono convinto a votare sì. Non l’ho fatto specificatamente per Renzi, non l’ho fatto solo per il Pd. In entrambi i casi sarei stato riduttivo. Ho mal digerito la personalizzazione, perchè sempre foriera di disgrazie (ed il conto infatti è arrivato), ma ho creduto nel merito di una riforma che presentava uno spiraglio di cambiamento: magari imperfetta, nel senso di perfettibile col tempo, ma assolutamente in linea con ciò che penso debba contenere il futuro in termini di burocrazia e gestione dello Stato: in una parola, semplificazione. E lungo questo percorso durato due mesi e mezzo e fatto di banchetti, di colloqui con la gente, di volantinaggi, di incazzature e di dibattiti, di coordinamenti di comitati per il sì, di viaggi per reperire materiale, di vecchie e di nuove amicizie, di amarezze e di gioie, di tempo sottratto alla mia famiglia (grazie Bea ed Isa per la pazienza), sono arrivato a domenica sera.

Ho perso e non mi piace, ma ho intravisto un Renzi a cui piace ancora meno che a me, è evidente, ma che ha ammesso con grande signorilità la sua sconfitta (perchè i critici oggi si dimenticano, quegli stessi che criticavano il fatto che lui fosse lì senza essere votato che lui era lì prevalentemente per fare le riforme così come Letta e Monti prima di lui) e mi ha colpito. Nel lasso di tempo del suo discorso (sì, certo, preparato e certamente condiviso con consulenti politici che inevtitabilmente hanno pensato anche al dopo, tuttavia…) ho avuto la conferma di essere stato in questi mesi dalla parte giusta della storia, in senso stretto. Oggi che il “fronte” disomogeneo del no, sguaiatamente, anche un po’ volgarmente in certe sue derive, gioisce, io ascolto Renzi e vedo comunque un leader che stento a trovare altrove. Una persona che ammette di aver personalizzato e perso. Che lascia a chi ha vinto il compito (magari un po’ cinicamente) di governare. Ha fatto errori? Certo. Come detto, secondo me, ben più d’uno. Ha distrutto il Pd? Assolutamente no. Perchè su questa faccenda ci sta riuscendo maggiormente chi ha deciso di non riconocsersi più con un segretario/leader distante dalla propria storia e ha iniziato una sistematica campagna contro da dentro e appena fuori a sinistra. All’interno del Pd è scoppiata una guerra civile negli ultimi due anni abbondanti che ora potrebbe essere arrivata alla resa dei conti. A caldo, la sinistra del partito attacca il suo leader a prescindere, la militanza renziana trova insanabile la frattura che si è venuta a creare per via delle diverse campagne e posizioni referendarie. Mai atteggiamento è stato più sbagliato. Ne faccio, in sintesi, una questione di coerenza. Sono da sempre un fervente sostenitore dell’unire e non del dividere; per costruire ponti e non per ergere muri. Oggi mi sembra che sia tutto più difficile. Renzi ha dimostrato di non essere il fagocitatore disumano, etichetta che la sinistra e le opposizioni gli hanno cucito addosso. Non è rimasto pur avendo “solo” incassato un no al referendum. Ma sul fatto che si votasse “solo” una riforma non ci ha creduto nessuno, figuriamoci lui. Ha ringraziato e tolto il disturbo. Qualcuno è rimasto anche fintamente sorpreso nella sinistra Pd: “Bè, non è necessario dimettersi”. Certo… Massimo Cacciari in queste ore, in modo netto, parla di resa dei conti inevitabile nella casa democratica. Sostiene che il progetto è morto due giorni dopo essere nato e che oggi più che mai sia necessario separarsi senza traumi e magari, nella separazione, trovare nuovi e futuri spunti di collaborazione, ciascuno da casa propria, per parafrasare un eufemismo matrimoniale.

Io invece credo ancora nel Pd. E ci credo da persona che ha scelto un segretario ma poi ha accettato chi si è affermato. Da chi ha visto nuove generazioni impegnarsi per un’idea come non vedevo da tempo. Altri, che oggi criticano, a prescindere, questo percorso ideale non lo hanno fatto. A loro è solo andata bene finchè vi era affinità di idee con i segretari, fino a quando non è arrivato l’agente patogeno chiamato Matteo Renzi.

Quindi che fare? Renzi sosterrà un un nuovo progetto? Certo che lo farà, perchè comunque una parte del Paese ha votato la sua riforma, ancorchè personalizzata.

Ma non sbagliamoci a vedere la ripartenza dal 40% perchè non è così.

A supporto, anche in virtù di una chiacchiera con l’amico Nicola Mandirola (che diversamente da me non ci ha mai creduto alla riforma), cito, senza spostarsi troppo geograficamente dal Piemonte, i casi di Alessandria, Novara e Torino divisi per partito, così come li presenta “La Stampa” odierna. Tralasciando il voto dei 5 Stelle, sostanzialmente ininfluente ai fini del ragionamento, che praticamente è stato compatto sul no e con astensioni comunque basse o nulle, si confrontino i voti sul sì e sul no del Pd e del centro destra.

Ad Alessandria gli elettori del Pd che hanno votato no sono stati il 22,9% e gli astenuti il 5,6%. Gli elettori di centro destra (Pdl) a votare sì, contro quindi l’indicazione del partito, sono stati una percentule analoga, ossia il 20,9%,. Tuttavia, sostanzialmente, ciò che pesa, è il fatto che non siano andati a votare in molti ma molti di più (28,3%). A Torino un terzo del Pd ha votato no… il Pdl si è comportato invece in modo simile ad Alessandria e Novara.

L’elemento che impedisce di elidere le due percentuali e semplificare, sostenendo che i voti del centro destra hanno compensato quelli del no del Pd, e che il Pd riparte dal 40% dei consensi, è però la matematica, ovvero il peso numerico delle due percentuali analoghe, perchè il 22,9% (o il 33% dei no del Pd di Torino) di Alessandria vale un numero di voti ben più alto rispetto all’analoga percentuale di Forza Italia convinta per il sì anche, e soprattutto, per via del numero altissimo di chi ha preferito restare a casa. E poi, certamente, perchè è assai probabile che il 20,9% degli elettori di Forza Italia che ha votato sì non voterà il Pd alle prossime politiche.

Che cosa resta dunque? Resta che il Pd con il segretario Renzi vale oggi tra il 25% e il 28,7%. E poi c’è la minoranza Pd che ha votato no, che naturalmente alle prossime politiche non voterà Forza Italia o Fratelli d’Italia, ma che se scatterà la fuoriuscita a tutti i costi, la “resa dei conti” in casa Pd, porterà il voto altrove, certamente a sinistra e non necessariamente a Sinistra Italiana, chissà.

In ultima battuta, riprendendo ora il voto dei 5 Stelle e facendolo valere almeno la metà di quel 60% appare ancora più evidente che siamo esattamente dove eravamo: con un tripolarismo perfetto. Tre areee al 30% circa ciascuna che senza un premio (equo, non necessariamente il 60%, basterebbe il 51%) di maggioranza non riusciranno a governare perchè impossibilitati ad accordarsi. E se dovesse valere il principio del ballottaggio, sia chiaro, e forse oggi è ancora più chiaro, non sarà mai il Pd a governare negli anni a venire visto che il terzo incomodo, qualunque sia fra i due, voterà più facilmente l’altro piuttosto che il Pd (con una predilezione per l’astensione a prevalere, ma tanto ugualmente basterà).

Domenica 4 dicembre ha perso, per concludere, ancor prima di Renzi, il merito sulla questione e molto probabilmente se deciderà di lasciare tutto, compresa la guida del Pd, Renzi avrà paradossalmente vinto, pronto a ritornare più forte di prima. Ma nulla di questa valutazione sta scritta nei voti referendari o nel post voto, ed è tutta da costruire. Renzi, o chi vicino a lui, dovrà fare i conti con una nuova ripartenza e con una parte del partito da includere tornando a trattare temi vicini alla gente oppure da accompagnare nettamente chi non vorrà ascoltare alla porta.

Molte altre possono essere le analisi incrociate. Si potrebbero scrivere post ben più lunghi e diffusi di questo. Quella del bisogno, del lavoro, dell’emergenza e del voto negativo di una classe media molto più povera, dei neet, dei giovani con un futuro incerto sono evidenti. E’ evidente che il Partito democratico fatichi ad affrontare alcuni argomenti e il primo compito sarà quello di ritrovarli.

Di una cosa infine sono convinto. Non si dovrà ripartire da un fantomatico 40% (che così non è necessariamente come detto), per giunta vuoto di contenuti, ma dalla reale percentuale, con l’obiettivo di incidere sui temi più sensibili come il lavoro e il welfare che saranno i temi da riscoprire con forza perchè oggi, ad esempio, il tema sociale in una forma che non mi piace affatto, è lasciato alle destre e alla Lega. In assenza di correttivi, rischiamo di ridurre fortemente il numero di interlocutori capaci ancora di ascoltare le nostre proposte.

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