Le fotografie sopravvissute

Cosa rimane del D-Day

Di Fabio Severo. Pubblicato su Studio il 9/6/2014

Lo scorso maggio il Financial Times ha pubblicato un’intervista a John Morris, picture editor di Life all’epoca dello sbarco in Normandia, colui che pubblicò le fotografie di Robert Capa durante il D-Day. L’intervista è l’ennesima occasione per celebrare i Magnifici Undici, i soli fotogrammi sopravvissuti tra i quattro rullini fatti arrivare da Capa in redazione, per un totale di 106 scatti. Successe che nella fretta di stampare i negativi l’assistente di laboratorio quindicenne Dennis Banks alzò troppo la temperatura dell’armadietto asciugatore, facendo sciogliere l’emulsione di quasi tutte le fotografie. Soltanto undici su un singolo rullino rimasero visibili, e dieci furono pubblicate. Lo slittamento dell’emulsione sul supporto gelatinoso e il tremore delle mani di Capa in mezzo ai soldati americani produssero le più celebri fotografie di guerra di tutti i tempi: l’urgenza trasmessa da quelle foto, ridotte alle informazioni minime dal danneggiamento e dalle condizioni di scatto, permettono un’immedesimazione che è tuttora la massima espressione dell’eroe fotografo.

Nell’articolo del Financial Times c’è una foto che ritrae Capa subito prima dello sbarco, sorride con gli occhi socchiusi, indossa un giubbotto di salvataggio sopra un completo di tweed con camicia bianca e l’orologio al polso, in testa un elmetto di traverso, in mano un binocolo. Va alla guerra come un Charlie Chaplin, con il coraggio dell’incoscienza. Il suo modo di essere fotografo e le pochissime foto sopravvissute hanno fatto sì che qualsiasi storia sul D-Day, qualsiasi contingente militare che vi abbia partecipato venga ricordato con le sue immagini di Omaha Beach.

Tutto quello che non si vede nei suoi scatti sporchi di grana e di scie mosse può essere osservato nelle fotografie fatte dai vari cameramen militari che accompagnarono lo sbarco, come l’americano Robert F. Sargent, autore dell’immagine chiamata Into the Jaws of Death, dove vediamo l’inizio dello sbarco dalla rampa abbassata di una nave, oppure Jim Mapham, uno dei sette fotografi della Army Film & Photographic Unit dell’esercito britannico che parteciparono allo sbarco, famoso soprattutto per un’immagine che mostra un gruppo di soldati esausti appena sbarcati a Queen Red Beach. In basso a sinistra si vede il volto di un soldato che guarda in macchina con il capo chino, ricorda quello di Capa che si fa largo nell’acqua con il fucile in mano. Ma il soldato di Mapham ha un nome, Jimmy Leask, e sappiamo che è sopravvissuto, mentre il volto del militare di Capa è irriconoscibile nel bianco e nero logorato dei suoi scatti. Mapham non mandò indietro i suoi rullini appena sbarcato, proseguì la marcia insieme alle truppe, entrando a Parigi, fotografando la Resistenza, viaggiando sul vagone di treno che fino a poco prima apparteneva a Göring. Oggi tutta la sua documentazione del D-Day è consultabile recandosi all’Imperial War Musem; Mapham è morto nel 1968 a 59 anni, dopo essere tornato in patria a lavorare per il quotidiano Leicester Mercury; Capa invece è morto nel 1954 a quarantuno anni in Vietnam, per aver posato il piede su una mina durante un escursione, mentre era al seguito dell’esercito francese.