Uscire dal gruppo o restare?

Post originale pubblicato su Storie di Coaching
“La libertà non è star sopra un albero, non è neanche il volo di un moscone, la libertà non è uno spazio libero, libertà è partecipazione.”
Giorgio Gaber

È una frase che mi ha sempre fatto molto riflettere.

Recentemente ho visto spesso la parola “libertà” associata all’uscire da un gruppo (o forse mi ha fatto solo più impressione questo utilizzo).

In effetti, sì anche uscire da un contesto partecipativo è un modo di esercitare la propria libertà. Ma è l’unico modo?

Circa un mese fa mi sono ritrovata a mandare questo messaggio:

“Sì, comunque un po’ di autocritica me la faccio. Sono consapevole che riescono a essere i “padroni dell’universo” anche perché chi non ha i loro stessi atteggiamenti non compensa la presenza/assenza in altro modo… Ogni tanto penso che magari c’è anche altra gente che, come me, avrebbe bisogno di contributi diversi per sentirsi meglio lì dentro e ridimensionare così lo spazio che si sono presi i “padroni dell’universo”…”

Sbaglio?

Lasciando da parte i motivi che hanno spinto qualcuno a entrare dentro un gruppo, l’argomento di questo post è sulla decisione che prima o poi si pone per tutti: uscire o restare?

Cosa la fa scattare? In un gruppo di lavoro può essere il soggetto che vuole dimostrare di saperne sempre più degli altri, in un gruppo sportivo può essere la persona che bulleggia chi non ha risultati di rilievo, in un gruppo di appassionati può essere l’eccessiva monotonia del modo in cui vengono trattati gli argomenti.

Come decidi di uscire o restare?

Ogni decisione è guidata dai nostri valori:

  • Quali valori vengono soddisfatti dentro al gruppo? (Es. Amicizia? Curiosità? Essere riconosciuti? Crescita personale?)
  • Se non mi trovo più bene, quali valori vengono violati? (Es. Rispetto? Creatività?Uguaglianza?)

Inoltre sulla scelta influiscono anche le nostre convinzioni:

  • Cosa penso del gruppo?
  • Come mi percepisco rispetto agli altri?
  • Cosa penso di (nome)?
  • Perché è importante fare parte del gruppo?
  • Dentro al gruppo, mi fa star bene il fatto che…
  • Dentro al gruppo, mi disturba il fatto che…

Cosa succede quando il modo di decidere è diventato limitante?

Mi pare ovvio che nessuno è obbligato a stare dove non vuole, ma se fosse diventata un’abitudine non voler stare in nessun gruppo? Se fosse diventata un’abitudine cogliere le differenze al volo, come pretesto per uscirne?

Come mi ha detto D., a proposito della situazione in cui si trovava e in cui “usciva” perché qualcun altro aveva stabilito regole che di base non condivideva ma non aveva la forza di contrastare con altre più costruttive:

“Nell’accettare un rapporto una tantum c’è un atteggiamento rinunciatario

Come distinguere se “scappo sempre” o se, effettivamente, non mi interessa più quel gruppo?

Come ho suggerito anche nel Vivaio, prendi il gruppo (dal “vivo” o “virtuale”) in cui ti senti a disagio e usalo come termine di paragone. Ciò che noti lì devi confrontarlo con altri tipologie di gruppi di cui fai parte.

  • Come mi comporto fuori, in altri gruppi?
  • Come mi accorgo di ciò che è “comune a me”?
  • Cosa faccio quando non vedo cose “in comune con me”?
  • Come mi sento con persone molto diverse da me?
  • Cosa faccio per dare il mio contributo al gruppo?

Se le risposte “di fuga e chiusura valgono solo per quel gruppo specifico, va bene così. Hai due opzioni: cercare qualcos’altro o, perché no, dare il tuo contributo in modo da farlo crescere perché ricorda: tutti sanno scappare, molti sanno distruggere e criticare, pochissimi sanno costruire.

Se, invece, ti accorgi che le risposte sono praticamente identiche in tutte le associazioni (malgrado cambino i contesti), allora non c’entra davvero il gruppo in sé ma c’entrano le tue convinzioni depotenzianti ed è su quelle che devi lavorare se vuoi costruire rapporti migliori, se vuoi sentirti davvero parte di una comunità dentro la quale dare il tuo speciale apporto e non restare sempre ai margini.

Perché in quest’epoca di forte individualismo, forse bisogna ripescare le parole di Giorgio Gaber e anche quelle di Kurt Vonnegut in “Quando siete felice fateci caso”:

“Vi ritroverete a costruire o rafforzare la vostra comunità. Vi prego di amare questo destino, se si rivelerà il vostro: perché le comunità sono l’unica cosa di sostanza che c’è al mondo. Tutto il resto sono chiacchiere.”