monologo di vita esemplare

Non è considerabile vivere da uomo di rigide abitudini mentali quale sono io, il crescere nella comoda illusione di uno scopo nell’esistenza, il costringere il mio riso stranito a manifestarsi blandamente ogniqualvolta qualche cosa di ordinariamente divertente mi rivolge la propria attenzione. Mi considero uomo di enormi vedute. Cammino tra le strade deserte vicino alla chiesa neo-gotica, mi rode il fegato mentre il ritmo dei miei piedi non mi appartiene più, si impadronisce della mia carne e mi costringe in un’andatura inflessibile, ostinata nella sua struttura anti-spontaneità del movimento esemplare. Contrae il diaframma, blocca il respiro, cozzano tra loro e vorrebbero mordersi a vicenda i denti mentre l‘estrinsecazione del mio sentire si dilata incontrollabilmente su zigomi e guance, gli occhi schizzano nelle direzioni più disparate, il mento di scatto muove a destra e sinistra. Se mi fermassi in mezzo a questo marciapiede l’intera struttura semovente che ho creato con fatica andrebbe in mille pezzi; sarebbe il punto di non ritorno, la definitiva distruzione di ciò che ancora vive in me. Cammino voluttuosamente sfidando il cielo a esplodere, sentendo la necessità estrema di un’esplosione improvvisa di tutto ciò che mi circonda, inevitabile, poiché è nella natura stessa di tutte le cose, la necessità di esplodere. Ogni cosa esplode a suo modo, ma l’esplosione è un solo, misero istante, e muore con l’istante successivo. Mi necessita invece un fuoco perpetuo. Una continua improvvisazione. Ciò che si immerge nel vuoto, e ne emerge a tratti irregolari. Il vuoto è senza tempo, senza fine: la fine, la pace, è la fine di tutto. La vita è guerra perpetua.

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Sono un uomo di grande cuore, che trae piacere dal rendersi miserabile ai propri occhi. Sento l’esigenza del gatto a nove code, del martirio autoimposto per la gloria divina. Ma la mia bontà non è neanche lontanamente simile alla mediocre misericordia dei miei simili! Non è una bontà votata al piacevole stordimento dei sensi, al sorriso e alla pace perpetua, è un’empatia sanguinante, incontenibile, è uno strapparsi le membra di dosso per costringerle a forza nel corpo del Lebbroso, colui che è costretto all’abominio del mors tua vita mea. Mi cibo insaziabilmente di ciò che reca disgusto. Non che ciò mi renda diverso nel sentire: il mio disgusto è profondo e autentico, come quello di chiunque altro, ma lo stesso disgusto è la carne di cui mi cibo, la carne verminosa che il divino mi scaraventa sugli occhi ogni giorno, per mia grande riconoscenza. Perché mai vivere in modo diverso, quando niente mi dà più gioia? E’ una gioia feroce, mi rende più lieve l’inquietudine del Vincente, del puro e immacolato. Specchio il mio corpo scintillante nel sangue del Lebbroso, che mi striscia davanti. Davanti a me, e davanti a tutti. Un sangue maleodorante, sangue di catrame, eppure invisibile. Ma non per me! Io ora vedo. Vedo che gli occhi invasati martoriano gli innocenti, e in questo sta la loro gloria. E io, spasmodicamente innocente, ho il dovere morale di auspicare su di me la stessa distruzione, di venire coperto dalla stessa melma, per la mia stessa salvezza. Ho il dovere morale di essere abietto, di insudiciare le mura candide della mia stanza, per sentirmi vivo come loro, come chi vive veramente.

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Siedo mollemente in questa stanza bianca, dai muri spaventosamente alti. Mi attrae morbosamente il mio essere oblungo e quasi trasparente. Sono talmente magro, nella mia struttura fisica di per sé anelante al divino, da non poter imporre la mia presenza al pubblico, il pubblico, la mia ossessione; ciò mi disturba nel profondo. Tuttavia, il rifiuto è la mia condizione, perciò rifiuto, e con un coltello trafiggo la trave di legno alla mia destra. Pratico un’incisione diritta e poi un’incisione obliqua, ma rifiuto il disegno definito. Il motivo è vago. Perché, casualmente ma con intenzione, incidere la trave? Un oggetto inanimato non è meritevole di empatia. In realtà, non accetto che un’azione come questa non si possa fare. Che sia giudicata insensata, che un eventuale spettatore (il pubblico!) si senta in diritto di giudicarla come manifestazione di una certa instabilità mentale del soggetto che la compie. Non ho intenzione di essere connivente, di non denunciare il grave abominio secondo cui ogni azione deve avere un senso. Non è questa la realtà dei fatti. Rivendico la mia libertà di scelta, perché la realtà a cui sono costretto ad assistere ogni giorno è deprimente, e non corrisponde alla mia esigenza di realtà. Credo nell’esplosione perpetua come unico modello di vita esemplare, ma intorno vedo sempre gli stessi accadimenti, cristallizzati in strutture logiche, niente di improvviso, niente di inspiegabile. Eppure ogni cosa è inspiegabile, e ne siamo tutti testimoni. Così legittimo le mie incisioni su queste travi, che pur svolgono l’a me gradito compito di vincere la forza di gravità sostenendo il mio peso e quello dei miei effetti personali. Le legittimo con una certa teatralità, il coltello impugnato rabbiosamente e affondato nel legno con uno scatto repentino, lo sguardo fisso verso il muro, la mascella serrata. Incidere le travi che sostengono il mio corpo è la mia personale rivoluzione, il mio aprire gli occhi sulla realtà. E avrà luogo per sempre, fino al sopravvento della pace perpetua.