Controra

“Non riesco a vedere una via d’uscita.”
Ti ho messo il braccio sulla pancia e mi sono voltato verso di te. Hai i ricci fitti appiccicati alla fronte, il petto che va su e giù piano e il reggiseno bianco quasi trasparente ti segna la pelle.
Sei così vera che il fiato mi si raddoppia, altro che mancare.
Smettila, ti ho detto. Smettila di essere così negativa e vieni qui, stringimi, toccami e appiccicati a me che è arrivata la controra.

La prima volta che te l’ho detto mi hai guardato come se fossi diventato stupido.
“Anche questa è un’altra parola inventata da te?” 
“No, dai: è controra, da me si dice!”
E proprio lì hai riso come ridi tu, che forse è il motivo per cui non ti ho più lasciata andare. Seduta sulla mia sedia di plastica, con in mano un bicchiere di birra tiepida hai fatto nascere i tuoi denti ancora sullo schermo del mio cinema personale. 
“Sei buffo”
“Sei bella”
“Lo so”
Tu sfacciata e senza contorni.

Poi, però, cosa significasse controra non lo volesti sapere. E anche per questo mi piaci, perché accetti qualunque cosa il mondo ti dà purché non ti faccia troppo male. E adesso, sul letto, stesi ed esausti abbiamo fatto la lista delle cose da fare da qui alla nostra fine e hai avuto paura. 
“Perché dopo c’è la vita e la vita io non la so gestire, Fede” hai detto prima di chiudere gli occhi e fare quella cosa che non so mai se sia dormire o pensare. 
Ti guardo. Mi allontano un po’ da te per farlo. I tuoi capelli scuri, i tuoi respiri regolari e le costole che fanno capolino, che vorrei baciare una ad una.
Hai le gambe leggermente divaricate e, in mezzo, il lenzuolo stropicciato ti fa da vestito. L’estate è entrata dal soffitto ed è rimasta lì a guardarci. Stupita anche lei; ma non so se dal nostro amore o dai tuoi nei.
“La vita non si gestisce”
“Ma allora come si fa?”
“Eh.. fa tutto lei, fiore”
“Però così non è giusto!”
Incroci le braccia e mi cade un sorriso. Lo vedi e ti arrabbi. 
Ti chiamo fiore dalla prima volta in cui ti ho vista così: fragile e resistente, sempre pronta a lottare per il tuo sole. “Fede io sono un dirupo, mica un fiore!” mi hai risposto quando hai visto che insistevo. 
E io ci credo che sei un dirupo, ma anche che sei un fiore. 
Lo vedo nelle ore più calde di questi giorni lentissimi. Lo vedo nei cereali con cui riempi le tazze fino all’orlo, quando giochi con i tuoi ricci così fitti da perdersi e pure un attimo prima che scoppi a piangere, come un gatto sul ciglio della strada o come le nuvole. 
“Non riesco a vedere una via d’uscita” ripeti ancora. 
Riapri gli occhi e ti guardi attorno.
Chissà cosa vedi in questa camera che non ha niente di mio. In questa camera al pian terreno con una finestra da cui si vedono i passanti, le auto, i rami bassi degli alberi e i palloncini dei bambini fortunati. Chissà cosa vedi. Non te lo chiedo perché il caldo mi toglie il fiato e il mio braccio se ne sta ancora lì, muto, nel tuo mare di respiri morbidi, comodissimo.


“Com’è che era quella storia della controra?”
Mi spiazzi sempre, e non mi permetti mai di capire come fai. 
Io sono sicuro che c’è un filo che ci lega ma di sicuro non è rosso. Forse è spago da cucina; perché più ci avvicina più ho fame di tutto quello che fai, tutto quello che pensi, che sei.
“Controra è quel periodo di tempo che va da subito dopo pranzo fino al tardo pomeriggio. Un periodo di tempo in cui fa troppo caldo per fare qualsiasi cosa e quindi si sta in casa.. ci si riposa.”
“E quella storia sui criminali?”
Alzo il braccio per fargli prendere ossigeno. Mi siedo, ti guardo e scopro che allora mi ascolti. Oltre a prendermi in giro, tirarmi addosso pezzetti di carta e di te e a farmi il verso davvero mi ascolti. 
Mi spiazzi sempre, e non mi permetti mai di capire come fai.
“Che non è sicuro aggirarsi per strada? Sì, i malviventi e le persone poco raccomandabili escono proprio durante quelle ore lì; così mi hanno sempre raccontato!”
I tuoi occhi quasi neri mi fissano e la parete sulla mia schiena sparisce. Alle gambe il tuo vestito di lenzuola, il tuo reggiseno bianco quasi trasparente e quel piccolo taglio sul labbro inferiore che ti sei fatta chissà come. 
“Usciamo!”
Ti alzi di scatto e il mio cinema personale va in pausa. Strizzo gli occhi, allungo il braccio per toccarti ma ti scosti. 
“Usciamo dai!” ripeti in piedi sulle tue gambe piene di carne sacra e rovinata. 
“Ma dove vuoi andare che fuori ci sono quaranta gradi?”
“È controra Fede! Se possono farlo i malviventi allora anche noi!”
Tu sfacciata e senza contorni.


Sei in piedi adesso. Ti infili le mutande, un vecchio sogno leggero e un vestito azzurro. Con la tua pelle scura sembri un’opera contemporanea; non ti capisco fiore, non ti capisco ma sei bella che mi fai ridere, che mi fai un piacere. 
“Lasciamo tutto qui e usciamo!” 
Hai dimenticato la tua vita, i debiti e le rovine. In un respiro, e l’estate ancora ci fissa. Incredula.
Certo, fiore. Usciamo da questa camera che non ha niente di mio. Usciamo da questa camera al pian terreno con una finestra da cui si vedono gli studenti, gli autobus, i cellulari accesi delle madri, le scie di fumo di chi è nervoso e lasciamo tutto:
“Sbrigati, sbrigati dai!”
le pareti bianche, i soldi che non hai, quell’incidente al parco
“Mettiti la maglietta blu!”
gli occhi di Gioele, gli studi, il caffè sul fuoco
“Ma chi se ne frega se è sporca!”
le scarpe all’ingresso, la lavatrice accesa, tuo padre che boh
“Ma come lunghi? Mettiti un paio di pantaloni corti.. però muoviti su!”
le seconde possibilità, le bollette sul tavolo e pure Matrix a metà
“Usciamo, usciamo dai!”
Certo fiore, lasciamo tutto. 
“Chiudi tu, ok?”
Tanto è controra.
“Chi arriva primo in strada vince!”
Ed è come la vita, è come noi.
“Fede, se non ti muovi hai già perso!”
Fa tutto lei, fai tutto tu.