Fuoco e carta (ieri a scuola ho pianto due volte)

Ieri a scuola ho pianto due volte.
Che poi lo so che non dovrei, e lì dentro tento di impegnarmi più che posso ché è tutto il buono che mi merito come mi dice sempre Pietro — e ha ragione, e quindi ci provo, però a volte che fatica eh.

Ieri a scuola ho pianto due volte (sei troppo fragile, la smetterai mai?)
La prima è stata per colpa di Raffa, il mio insegnante di cosa-ancora-non-ho-capito-di-preciso (forse di scrittura o di come saper stare in piedi in qualche modo), che ci ha fatto vedere un documentario sulla libertà. E l’umanità, la solidarietà e il saper amare; che sia il tuo paese, il tuo popolo o la tua dignità. 
Winter on fire lo incrociai in una delle mie ultime notti insonni su Netflix, ma oltre ai venti minuti non riuscii ad andare per il dolore di quello che mi ricordava e per tutto il resto. 
Però poi l’in-sofferenza sui volti dei miei compagni di classe, il silenzio tutt’intorno, le lacrime che ti cadono sui collant e qualcosa che ancora, per fortuna, non si è arreso. 
Una ragazza bionda e le vite che non è riuscita a salvare, un popolo che tira su le barricate come nel XVI secolo e poi dall’altra parte dello schermo noi. E il cuore in gola, le sigarette per non pensarci per un attimo o mai e quel maledetto e straordinario “Gloria agli eroi!”.
Perché è così facile dire io voglio fare il reporter, io voglio scrivere storie, io voglio raccontare il mondo. E poi, senza avvertirti, qualcuno ti mette davanti a un documentario così e ti rimane solo un “Ma io che cosa sto facendo?”.

Ieri a scuola ho pianto due volte (sei troppo sensibile, ma come fai?).
E la seconda è stata ai lati degli spalti del General Store, l’aula magna che quando entri alla Holden sta dall’altro lato del cortile; quella semibuia in cui ci fanno le lezioni di tutti, quella da dove è iniziato tutto che se mi fermo a pensarci mi fa paura. Quella lì. Dove i ragazzi del secondo anno del mio stesso corso hanno letto le storie disperate e piene di luce di uomini che nel buio ci si sono tuffati per poi risalire aggrappandosi solo a un pezzettino di carta. 
Vite di carta sono 24 ragazzi che amano scrivere e una cooperativa. Il miracolo delle vita, lo spettacolo di un’ora.
Giusto il tempo di appoggiare la testa da qualche parte, con in mano una busta che ti dice tutto e niente. Giusto il tempo di applaudire le mani ancora più forte e cercarli davvero tra gli spalti i volti di quella gente.
Per poi trovarli e stupirsi di vederli commossi, seri, pieni di qualcosa che non sai. Perché quelle storie mica le hai vissute, le stai solo ascoltando.
Per poi sorprenderti a ridere mentre loro sul palco ti danno consigli di vita e di salvezza. E mentre ti dici qualcosa a bassa voce, stai ancora piangendo.

Ieri a scuola ho pianto due volte (sembri sempre triste, lo sai?).
Anzi, tre.
E la terza è stata tornando a casa, sul percorso che compio ogni mattina all’inverso, Pietro a due respiri da me che mi leggeva il risultato di una partita che ho vinto undici mesi fa e il cuore pieno di fuoco e carta.
Che non è come dici, insieme possono convivere ne sono certa. 
E non è semplice materia, quella che trasformano è tristezza.
Non è affatto come credi, ma è una questione di scelta.