Qualche giorno fa (o forse ieri, non ricordo) stavo mangiando la pasta al tonno con il sugo mentre il mio gatto mi fissava e io guardavo la TV che sta pericolosamente in bilico (non è così, ma è la sensazione che trasmette) su un mobile del salotto.
Uno tipico sheikh dell’Arabia Saudita che senza volume parlava al microfono, le immagini incorniciate da parole in arabo che non so leggere si spostavano da lui a delle banconote appena stampate, ai volti bianchi degli americani di Wallstreet e al viso di una donna sui quarant’anni molto attraente.
Il mio pensiero riguardante la mia attrazione per donne più grandi e i pensieri consecutivi riguardanti quanto questo sia strano e che forse dovrei ripigliarmi venne subito interrotto da un altro: i miei genitori mangiavano di fianco a me dando le spalle alla televisione e alle decorazioni arabeggianti della casa. Ho pensato al mini corano sul mobile dell’entrata, i libri in arabo di quell’autore di cui non ricordo il nome e ai discorsi dei miei dove di tanto in tanto ci buttano una parola in italiano come quelle inglesi nei miei messaggi. Ho pensato al “rosario" musulmano in macchina, ai nostri nomi, alla mia faccia.
Penso che la mia vita si possa distinguere in due parti: quando i miei genitori capivano l’Italia meglio di me e quando io mi sono resa conto che ne so più di loro.
Per tutte le elementari non potevo non pensare a quanto fossero intelligenti e informati i miei genitori, mia madre mi prendeva per mano mentre tornavamo da scuola a casa e mi raccontava dei politici razzisti e stronzi. Poi in arabo continuava a parlarne un po' più incazzata. Mettevamo il Tg e sentivo i commenti sarcastici dei miei genitori.
Ora se facciamo la stessa cosa mi rendo conto che non argomentano molto bene, che i loro commenti sarcastici sono battute ripetute da qualcun altro. Ho il dubbio che non sappiano veramente di cosa stiano parlando (ad esempio, mia madre prima del 4 marzo diceva a mio fratello di votare Lega per il semplice fatto che una frase da parte della sua collega le aveva fatto cambiare idea, ora invece non perde occasione per insultare Salvini) e i miei discorsi con loro, per quanto riguarda la politica attuale, si fermano a “Hai sentito della crisi del governo?” “No, quale?”
Tutto questo mi è passato per la testa per colpa di un piatto di pasta al tonno con il sugo. Prima di mangiarlo in quel determinato contesto (perché nella mia mente è stata la pasta ad innescare questi ragionamenti) non mi ero mai seduta per pensare: “Ma io sono figlia di immigrati.”
Ovviamente lo so, ne parlo sempre, ne faccio un mio dovere ripeterlo spesso nelle polemiche sul razzismo di Twitter, ma mai mi è capitato di pensare alla relazione che ho con i miei genitori all’infuori della politica e delle discussioni, all’infuori del legame affettivo e della nostra storia. Non mi sono mai veramente resa conto di quanto fossero alte queste barriere culturali e linguistiche. E se l’opinione politica ce l’avessero ma non fossero in grado di spiegarmela in modo dettagliato perché io non capisco l’arabo e loro non molto bene l’italiano? Aspetta un attimo, ma io sono una milanese in una casa araba. Che ci faccio qua? Io non so l’arabo! Non credo nemmeno in Allah e durante ramadan bevo vino e mangio prosciutto. L’unica cosa che ho di arabo è il mio nome e la mia faccia quando mi guardo allo specchio. Sono di un mondo completamente diverso. Sono immigrata 18 anni fa su un’isola araba in mezzo a tante piccole isole meridionali in periferia di Milano e non mi sono nemmeno accorta che devo ancora integrarmi. È molto strano. Non me ne sono mai accorta perché siamo “meno” arabi, o meglio, casa nostra è meno araba degli altri? Gli altri hanno i tappeti dall’Egitto su ogni centimetro del pavimento, le frasi del corano intagliate nel legno e l’occhio di Fatima e a volte anche la mano attaccati alla parete, mangiano cous cous salato e non dolce e vanno sempre in moschea; se sono copti o hanno un kebab o vanno a vedere i loro amici al kebab. Siamo sempre stati un po' isolati dalla grande rete di interconnessioni arabe di di questa città. A dir la verità non so quanto sia grande, probabilmente non lo è. Probabilmente si conoscono a blocchi o forse no. Ne siamo così lontani che non so come immaginarlo. Anche i miei genitori sono di un altro mondo rispetto agli altri arabi.
Quindi la storia delle isole diventa ancora più complicata.
Vorrei scrivere un paragrafo lungo e bello dove ne parlo in modo profondo, ma diciamo che mentre facevo il bis di pasta al tonno con il sugo ho iniziato a pensare ai motivi per cui effettivamente differisco dai miei genitori e ai motivi per cui invece gli somiglio.
Non sono musulmana, non metterò mai il velo, non parlo arabo, non conosco i meme egiziani su Facebook e non sono iscritta alla fanpage di Mo' Salah; non conosco le notizie giornaliere del loro paese, lo chiamo il loro paese, non condivido la metà dei loro valori e ho dei gusti molto diversi da loro per quanto riguarda i film. Anche i vestiti. Mi piacciono i videogiochi e leggere fanfiction lesbiche, mi piace guardare video informativi su YouTube che dimentico subito e mi iscrivo a qualsiasi newsletter trovi. Il mio colore preferito è il verde, non il bianco e il nero o il “ma non è importante” come i loro, e mentre finisco anche il bis non mi faccio la fatica di pensare anche ai motivi per cui gli somiglio perché non sono importanti.
Non mentirò dicendo che la cultura che ci ha cresciuti non è diversa o che non ha influito su di noi, ma non mi fermerò a pensare che il muro gigante fra noi tre sia solo questo, anche perché non c’è nessun muro. Sto semplicemente esistendo come una persona a se, nessuno è uguale ai suoi genitori a meno che non sia la gemella di un’altra cellula creata attraverso la mitosi.
Tutto questo discorso inutile e sgrammatico l’ho scritto semplicemente per ricordarmi che siamo tutti delle isole e immagino che qualche autore per bambini l’abbia detto già e se non sbaglio lo hanno cantato anche gli Eugenio in Via di Gioia in un contesto diverso, ma poco importa. Mi sento meno sola se penso che lo siamo tutti.
