La moglie dell’Avvocato

Melania abbassò lo sguardo sul figlio, gli occhiali da sole le scivolarono sul naso. Li tirò su col dito medio, la maglietta bianca di Niccolò si colorò dell’azzurro delle lenti. Stavano andando in vacanza dai nonni, in Maremma, verso il fresco della campagna. Erano le tre e un quarto: il sole, una fornace dietro le nuvole.
Occupavano l’esile ombra di un distributore automatico. Gran parte degli altri viaggiatori boccheggiava per l’afa. Tra questi, un borseggiatore: un quarantenne dall’aspetto anonimo, shorts, maglietta grigio-blu e infradito logore.
Cinque minuti dopo arrivò il treno per Grosseto. Subito partì l’assalto ai vagoni e alla speranza di aria condizionata. Col piccolo Niccolò davanti, Melania trascinò i due trolley un po’ più in là, con l’intenzione di trovare una sistemazione più tranquilla.
Il ladro con le infradito era alle loro spalle. Puntava la borsetta della donna, che era aperta. Saliti sul treno, finse di inciampare rovinandole addosso.
– Mi scusi — disse l’uomo, il portafogli di lei già nascosto con una mano dietro la schiena. Fece marcia indietro e scese dal regionale.
Lo scompartimento era vuoto. Il tempo di sistemare le valigie e il bambino già dormiva, il capo poggiato sul bracciolo del sedile. Melania sedette e infilò la mano dentro la borsetta in cerca del cellulare. Mancava il portafogli. Capì al volo e si lanciò all’inseguimento dell’uomo in grigio-blu.
Scese e infilò un sottopassaggio. Si rese conto che era troppo tardi per raggiungerlo. Risalì. Respirava male. Il treno era già con la testa fuori dalla stazione. Non provò neanche a corrergli dietro. Sentì i piedi fusi col cemento.

*

Lorenzo percorreva con una lattina di birra in mano il treno per Grosseto, vagone per vagone, in cerca di quello meno affollato. Ne trovò uno in cui c’era solo un bambino che dormiva.
Prese posto. Mandò giù un’anfetamina con un sorso di birra. Sospirò. Aprì la tasca inferiore dello zaino e si mise a far pulizia: tre bollette scadute, le ricevute delle scommesse, una stampa del piano di studi del semestre passato. Gettò tutto nella pattumiera.
Si girò verso il bambino. Strano che fosse solo. Si soffermò con lo sguardo sul logo Armani della maglietta bianca, impresso sul lato della manica.
Riconobbe Niccolò. Guarda un po’ — disse tra sé — il figlio della Moglie dell’Avvocato. — Era così che chiamava Melania: la Moglie dell’Avvocato.

*

Di avvisare la Polfer non se ne parlava. Per l’ex marito poteva essere l’occasione giusta per prendersi Niccolò, per sempre. Consultò sul tabellone le fermate del Regionale 3115. Si precipitò verso l’uscita.
Non aveva macchina, se l’era presa l’Avvocato.
Salì su un taxi, chiedendogli di correre verso la stazione di Lastra a Signa. Non aveva soldi per pagare la corsa, ma era un dettaglio a cui non pensava.
Qualche minuto dopo Melania disse: — Mio figlio è rimasto solo su un treno. Ha quattro anni. Posso fumare?
Il tassista non se la sentì di dir di no. Lei fumò due sigarette. La seconda non la finì perché le veniva da vomitare. Vide Niccolò in una bara bianca.
Lastra a Signa fu un buco nell’acqua. Troppi scalini. Troppe sigarette e poco fiato. Il convoglio la anticipò di pochi secondi.
Lanciata a velocità criminale verso Empoli, Melania ebbe il tempo di leggere i messaggi dell’Avvocato: sei una stupida troia incapace, vuoi solo campare alle mie spalle e così via. Li lasciava accumulare nella memoria del telefono. Il più delle volte non li leggeva nemmeno. Ma quel giorno aveva voglia di farsi male, di punirsi e non li eliminò.

*

Lorenzo scorreva la rubrica del suo Nokia 3310. Lo trovò sotto MelaMoglieAvv. Aveva quel numero da quando il cesso era scoppiato allagando il soggiorno di Melania al piano di sotto, grande più o meno come tutto il suo bilocale in via Reginaldo Giuliani.
Non riusciva a distogliere gli occhi dall’aquilotto sulla maglietta. Quel bambino era una miniera d’oro. Cominciò a fantasticare. Venderlo per intero? Venderlo pezzo per pezzo? Sembrava in buona salute. Rapirlo e chiedere un riscatto, questo sì che suonava bene.
Una valida alternativa a un’estate passata a Cecina a spillare soldi ai genitori. Si vedeva già sotto un ombrellone solitario piantato su una spiaggia lontana, molto lontana.
Niccolò ebbe un sussulto, poi si riaddormentò.

*

Empoli, ore 15:55.
Due minuti di anticipo sul 3115.
Un inferno di cattivi pensieri.
Niccolò rapito. Niccolò morto, ferito o stuprato. Eserciti di avvocati e giudici che marciavano verso di lei per toglierle l’affidamento.
Melania era in apnea. Non sentì rumore alcuno. Era sorda. L’udito tornò solo quando le porte del regionale si aprirono.
Un cellulare squillò. Ma non era il suo.
Salì sul treno. Niccolò si era appena svegliato. Nello scompartimento c’era Lorenzo che dormiva con la testa appoggiata su una mano. Melania lo riconobbe come il suo vicino di casa. Riabbracciando il figlio, pensò che sarebbe andata bene, comunque. Quel ragazzo, sicuramente, l’avrebbe riportato a casa.

Illustrazione di Ray Oranges
Pubblicato su Propaganda Mag, Luglio 2015