(Dis)integrarsi

Visto che oggi è giornata di dibattito e visto che in Svezia succederà un patatrac, mi porto avanti pubblicando un mio pensiero non per tutti i palati. Sull’immigrazione e il razzismo io credo ci sia stato un enorme errore culturale. I paesi europei sono paesi ferocemente nazionali, costruiti sulle nazioni, le lingue e le identità, o sul loro faticoso compromesso, tipo in Svizzera o in Belgio (comunità linguistiche) e Germania (religioni). Sono morti a milioni per questo. Ora noi abbiamo importato sull’immigrazione l’approccio americano, quello di Sidney Poitier in “Indovina chi viene a cena?”. Ma il personaggio di Sidney Poitier era un americano nato in America. Il razzismo americano era sì fondato sul colore della pelle e le condizioni socioeconomiche di partenza, ma non poteva essere culturale, perché il presunto multiculturalismo americano ha come premessa indiscussa l’adesione al melting pot, alle stelle e strisce, gli hamburger, e così via. L’Europa ha accettato questo molto alla leggera senza aver mai, nemmeno per un minuto voluto ho immaginato una società davvero multiculturale. L’idea era che gli immigrati sarebbero magicamente diventati tedeschi e olandesi, invece sono spesso rimasti arabi, cinesi e turchi che vivono all’estero, a volte in una vera e propria società parallela. L’Europa delle nazioni non è stata affatto costruita sul multiculturalismo, e per esserlo deve essere profondamente ripensata nelle sue fondamenta. L’Europa è passata in nemmeno cento anni dagli altari della patria ai mercatini etnici. Un minimo di straniamento è nell’ordine delle cose.

Poi le nazioni moderne sono ovviamente uno dei costrutti identitari più perniciosi e violenti che esistano, ma non si può far finta che Italia e Germania adottino la stessa costituzione materiale del Brasile o dell’Argentina senza fare nemmeno un plissé.

Io sto verificando sulla mia pelle (sono un emigrato anche io) quanto l’integrazione in un diverso paese nazionale possa essere una impresa complessa, persino eroica, sempre straordinaria. Mi sorprende vedere quante poche persone accennino alle difficoltà di farsi amici locali, di assorbire usi, costumi, modi di dire e pensare di un luogo diverso. Complimenti a chi ci riesce ad integrarsi, farlo da adulti è una vera impresa.