E se i giornali non avessero capito niente degli ultimi 20 anni?

Invece di inseguire la chimera dell’online, avrebbero dovuto cercare di trarre il meglio dal settore in cui ancora generavano buoni profitti (anche se in calo): la carta.

Questa la conclusione che si può trarre dallo studioReality check”, pubblicato quest’estate da due ricercatori dell’Università del Texas, H. Iris Chyi e Ori Tenenboim e ripreso da Jack Shafer di Politico.

Da quando Internet è entrato a far parte della quotidianità gli editori sono balzati entusiasti sul treno del digitale, ricordano gli autori — tagliando parte dello staff, riorganizzando le redazioni, affidandosi ad “esperti” esterni e interni per inseguire il pubblico sui social media e su Google.

Basandosi sull’assunzione — tutta da verificare (“yet unchecked”) — che la carta sia destinata a morire.

Con quali risultati? A sentire Chyi e Tenenboim, che si basano sulla “readership”, sui lettori delle testate, pessimi.

Come affermano: “Major newspapers’ online readership has shown little or no growth since 2007, and more than a half of them have seen a decline since 2011. The online edition contributes a relatively small number of online-only users to the combined readership in these newspapers’ home markets”.

Il digitale, insomma, non tira. E i giornali come il Guardian che hanno puntato tutto sull’idea che prima o poi gli accessi digitali si traducessero in profitti, continuano a perdere decine di milioni di sterline ogni anno.

Non solo, ma: “results indicated that the (supposedly dying) print product still reaches far more readers than the (supposedly promising) digital product in these newspapers’ home markets, and this holds true across all age groups”.

Parrebbe che la tanto vituperata carta sia ancora, alla fine, quella che raggiunge più persone, sul mercato interno.

Vi sono poi tutta una serie di altre indicazioni (la gente si informa per lo più tramite aggregatori, con perdita di importanza del brand; la gratuità spinge a “disprezzare” i contenuti, e altro) per cui vi rimando allo studio.

Scarsi profitti, lettori distratti e rubati dai signori delle nuove piattaforme (Google e Facebook), perdita reputazionale.

E se il passaggio convinto al digitale non fosse stato altro che un grande, colossale equivoco?

(questo post è apparso anche su LinkedIn)

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