Scultura, graffiti e rigenerazione del territorio urbano — Due passi a Milano dalla Bicocca di Gregotti a Cattelan in Piazza Affari

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Una calda estate milanese quella del 2015, studenti alle prese con gli esami della sessione estiva nel quartiere Bicocca dove Vittorio Gregotti ha preso in mano e completamente rinnovato le aree su cui sorgevano gli stabilimenti della Pirelli, portando a termine un imponente intervento urbanistico.

Negli anni ’80 l’area era una delle tante dissennate periferie costruite nella seconda metà del novecento e ormai deindustrializzate, a cui si è cercato, senza la velleità di un’utopia formale, di dare una nuova dignità e di farla diventare parte integrante della città, senza mai far cadere nell’oblio il passato produttivo che ancora oggi vive con indizi silenziosi che il passante attento non mancherà di notare. Il nucleo centrale del quartiere è diventato una “red brick university”, un’università all’inglese pienamente radicata e interconnessa col tessuto urbano circostante, che grazie ad attività formative e di ricerca possa dare nuova spinta alle attività industriali ancora presenti per quanto ridimensionate.

La decisione di distaccarsi dalle tendenze internazionali, fondate sull’utilizzo di vetro e acciaio, e di innovare nel solco della tradizione del razionalismo italiano (ma ancor di più lombardo e milanese) ci restituiscono un’architettura che, pur nella sua modernità, appartiene fin da subito alla storia della città a tal punto che i più di mille anni che la separano con la Basilica di Sant’Ambrogio sembrano assottigliarsi e lo spirito dell’architettura milanese è vivo qui né più né meno come nelle altre sue incarnazioni, nel Grattacielo Pirelli di Ponti e Nervi, negli edifici di Emilio Lancia in Piazza San Babila o di Luigi Caccia Dominioni, altro architetto che, rifacendone il volto e i pilastri portanti, ha definito le linee estetiche di una Milano da ricostruire dopo i bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale, durante il boom economico.

E’ in questo contesto che la Wunderkammern Gallery ha promosso il progetto “Chained”, volto ad elaborare i temi dell’evoluzione e la casualità nelle complesse dinamiche delle relazioni fra gli uomini e con l’ambiente circostante, con il coinvolgimento di nove street artist che, oltre ad una esposizione in spazi canonici, hanno anche creato quattro opere site-specific in giro per la città.

Lo scultore milanese Edoardo Tresoldi e lo street painter spagnolo, operativo principalmente ad Hackney (Londra), Gonzalo Borondo sono intervenuti proprio in una delle piazze emerse dal progetto di Gregotti all’interno dell’Università Bicocca.

Ne è venuta fuori un’opera a tecnica mista, trasposizione in graffito del mito della caverna di Platone, dove il soggetto emergente, indiscusso protagonista dell’opera, sta per raggiungere la condizione del prigioniero che nel mito si è liberato delle catene e con sforzo intenso è uscito dalla grotta in cui era rinchiuso, raggiungendo la vera conoscenza delle cose. Gli uomini sottostanti invece, chiusi in cerchio e con gli occhi rivolti verso il basso, restano nella loro condizione di ignoranza, fermi nella loro comprensione del mondo fatta di ombre e immagini distorte della realtà.

Per restare con Platone è una sorta di reincarnazione, di metempsicosi, un termine che nel suo etimo indica un moto verso l’interno dell’anima (en psyke), il volgersi verso dimensioni più rarefatte, meno corporee dell’Io. L’opera infatti nella sua parte bassa è fatta di pittura su cemento armato, una materialità ulteriormente rimarcata dallo stile pittorico di Borondo fatto di tratti netti e sostanziosi, ma nel suo procedere verso l’alto entra in gioco Tresoldi, le cui sculture fatte di fili d’acciaio, nella loro trasparenza trasmettono una progressiva perdita di solidità.

Quest’opera, perfettamente calata nel contesto universitario, dove l’elevazione verso la conoscenza è un faticoso percorso dinamico ancora in essere, ne rappresenta in maniera perfetta il genius loci, si inserisce in un solco di continuità con l’intervento urbanistico di Gregotti e con esso dialoga magnificamente rappresentando la fuga dall’ignoranza e dall’abbandono che altrimenti avrebbe vissuto anche il quartiere stesso come altre grandi periferie industriali italiane.

Muovendo pochi chilometri più a sud, arrivati nel centro storico, basta spostarsi di pochi metri dalla sempre movimentata Piazza Cordusio, per entrare in una delle piazze più metafisiche di Milano, la centralissima ma al confronto poco frequentata Piazza degli Affari. Siamo alla fine degli anni ’20, la Camera di Commercio di Milano necessita di un nuovo spazio per riunire le Borse dei titoli e delle merci e chiama Paolo Mezzanotte, professore al Politecnico con la passione per la pittura e per la storia, molto attivo durante il fascismo e, per questo e non per altro, dimenticato negli anni dopo la guerra. Se il capitalismo è un rito, Mezzanotte gli consegna il tempio dove officiare le sue funzioni. Colonne doriche, il frontone e le decorazioni scultoree esterne (i “Quattro Elementi”, Aria, Acqua, Fuoco e Terra, elementi necessari del successo economico), realizzate da Leone Lodi uno degli scultori più prolifici dell’epoca ma caduto anch’egli nell’oblio, compongono un edificio che non è una banale riproposizione dello stile classico ma la convinzione che il ritorno all’ordine e all’austerità classica fosse espressione dello spirito del tempo, in comunione ideologica con la tradizione greco-latina. Non per questo però l’edificio era meno attuale e funzionale. Mezzanotte infatti si impegnò in un tour presso le principali piazze finanziarie europee per capirne le esigenze correlate allo svolgimento delle contrattazioni, implementando tante innovazioni per rendere la struttura il più efficiente possibile.

Questa zona di Milano (che in età romana era occupata da un teatro) all’epoca della costruzione del palazzo era circondato da abitazioni “popolari” e zone commerciali che in qualche modo comprimevano la possibilità di godere a pieno della visione della pur imponente facciata dell’edificio. Qui entra in gioco uno di quelli che il Fascismo chiamava “sventramenti salutari”, da cui sono nate Piazza San Babila o Piazza della Vittoria a Brescia (una delle migliori espressioni del Piacentini urbanista), interventi di demolizione per creare nuovi spazi che celebrino il regime ma al contempo utili e ben calibrati interventi urbanistici.

Si apre così di fronte a Palazzo Mezzanotte la Piazza degli Affari, chiusa da un altro edificio di Emilio Lancia, lo stesso architetto che era intervenuto qualche anno prima il Piazza San Babila.

La piazza fino al 2010 è rimasta sostanzialmente vuota, un paio di lampioni ancora degli anni ’30 per garantirne un minimo di illuminazione serale e il silenzioso via vai di chi lavorava nelle vicinanze.

Poi a Palazzo Reale va in mostra Maurizio Cattelan che, per non chiudere l’esposizione tra le pareti delle splendide stanze dell’edificio restaurato dal Piermarini su commissione di Maria Teresa d’Austria e per non lasciarsi sfuggire l’occasione di far parlare di sé, installa L.O.V.E. nella quieta Piazza degli Affari.

Un saluto fascista mozzato? Un enorme “fuck you” alla finanza? Se ne sono dette tante, è facile dividersi sull’interpretazione delle opere di Cattelan, fino al punto che molti non ritengono lui stesso nemmeno un’artista. Forse dobbiamo provare a mettere tutto insieme, senza dimenticarci del luogo in cui è stata posta e a cui è stata vincolata per volere dell’autore.

Questa è una scultura dal marcato orientamento verticale, rigida, dalla forte monocromia, premesse di integrità, coerenza e forza. Ma l’opera è mozzata, nel vivo realismo che la contraddistingue ci aspetteremmo di veder uscire del sangue dalle vene che marcano il dorso della mano.

C’è del dramma e dell’ironia. In Piazza degli Affari oggi non avvengono più le vibranti contrattazioni sul parterre di Palazzo Mezzanotte, le transazioni sono informatizzate, Borsa Italiana è stata acquisita dal gruppo LSE di Londra, operazione senza la quale oggi sarebbe una piazza ancora più marginale nel contesto dei mercati finanziari globali. La mano, simbolo di sforzo e del lavoro, senza le dita ha perso la sua funzionalità ma ha fatto emergere dell’altro. Il rapporto controverso (compromesso?) della città con la finanza, una città che su di essa fa affidamento per sostenere la sua crescita ma se n’è in parte disinnamorata, lasciandosi incantare magari più dal fascino della moda che sempre più rappresenta Milano nel mondo, specialmente nell’ultimo decennio, in cui la crisi finanziaria ha intimorito o allontanato i comuni investitori, smorzandone l’entusiasmo a forza di ribassi e onerose ricapitalizzazioni. Ma c’è anche l’ironia di una città che è fiera del suo sviluppo economico, accetta una piccola forma di dileggio che comunque non intacca la sua forza e, pur tra alcune veementi polemiche, resta spazio privilegiato per l’innovazione architettonica e artistica.

Libertà. Odio. Vendetta. Eternità. La città, come anche quest’opera, è animata da emozioni diverse e significati contrastanti, in una dinamica complessità che, come un nodo gordiano, può essere risolta solo in maniera salomonica oppure, kafkianamente, accettata.

Nelle parole di Gregotti il territorio, inteso come concetto antropogeografico, è ineliminabile e questo lascia gravose responsabilità a chi interviene successivamente. In entrambe le situazioni che abbiamo osservato ancora oggi abbiamo riqualificazioni urbanistiche e l’intervento successivo di artisti che a loro volta interpretano e provano a spiegare il luogo in cui operano, aggiungendo al tessuto urbano ancora ulteriori accumulazioni di significato, di emozioni e di espressione continuando a tenere vivo il processo di rigenerazione a cui, da più di due millenni, assistiamo in Italia.