SCIENZA, FILOSOFIA, SOCIETÀ E IL CONFRONTO TRA ESPERTI
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Ieri, non certo tra le prime riportate dai giornali (anche giustamente direi), la notizia di uno scontro tra il noto immunologo Roberto Burioni ed il filosofo Simone Regazzoni (qui per chi volesse leggerselo: https://goo.gl/WDKhfp) ha attirato la mia attenzione (per ragioni professionali e personali). 
Ci sono alcuni aspetti di questa vicenda che non mi sono affatto nuovi (e anzi, qua e là ne avevo già parlato e ne parlo tuttora) ma vorrei provare a fare un punto (vista l’attenzione mediatica) per provare a chiarire (anzitutto a me stesso) e senza la pretesa di essere esaustivo, quali siano i nodi di un problema che reputo molto interessante accademicamente ma anche molto serio (per non dire grave) culturalmente.

ANZITUTTO, DOVRÒ FARE ALCUNE PRECISAZIONI PER PROVARE A SGOMBRARE IL CAMPO DA EQUIVOCI E FALSE ATTRIBUZIONI.

1) Per prima cosa è opportuno ribadire come sulla questione vaccini il dott. Burioni abbia ragione. In altre parole non ci sono, al momento, studi scientificamente riconosciuti come seri, che ci autorizzino a pensare che le vaccinazioni cui attualmente ci sottoponiamo (e a cui sottoponiamo i nostri figli) possano esporci a gravi conseguenze (si veda, ad esempio http://www.epicentro.iss.it/te…/vaccinazioni/FAQ_Oms_Ita.asp). Ovviamente i vaccini, come ogni dispositivo medico, possono comportare dei rischi. Ma la probabilità di tali rischi è enormemente inferiore rispetto ai rischi che si corrono se non ci si vaccinasse (si veda https://www.vaccinarsi.org/…/rischi-reali-connessi-alle-vac…).

2)Perché penso che Burioni sia nel giusto? Ritengo che egli abbia ragione sulla “questione fattuale dei vaccini” perché le sue motivazioni si fondano sulle migliori prove sperimentali attuali, che a loro volta forniscono la base ai più recenti ed accettati modelli di spiegazione di quei fenomeni biologici presi in esame.
Burioni fa dunque certe affermazioni (cosa che sarebbe difficile ai più) in virtù della sua esperienza professionale, sia di studio che di lavoro. Il dottore è un cosiddetto esperto ed in una società complessa come la nostra è normale che certi aspetti (ricerca scientifica in primis) vedano le opinioni degli esperti avere un peso specifico maggiore (rispetto a quello di altre) all’interno del loro campo.

3)Circa gli aspetti tecnici, la mia conoscenza, necessariamente in delega (chi può sapere tutto di tutto oggi?) si basa sulla fiducia che i vaccini siano una cosa positiva e anzi imprescindibile. 
Riassumendo e semplificando, io “mi fido dei vaccini perché mi fido del tipo di conoscenza prodotta dalla scienza”. E “mi fido della scienza” non per ciò che dice ma per le modalità con cui la conoscenza da essa prodotta viene appunto generata, verificata e controllata (e infatti qui si può leggere come i controlli sui vaccini persistano anche dopo la loro diffusione: https://www.nhs.uk/co…/vaccinations/safety-and-side-effects/). Sulla questione circa la natura di questa “fiducia” poi, dirò qualcosa dopo.

4)Senza entrare nei dettagli e semplificando ancora un poco, le modalità dell’agire scientifico si basano sul ragionare in modo non fallace (la logica), sul basare le proprie affermazioni su prove empiriche eseguite secondo procedure controllabili (l’esperimento) e su modelli che ne rendano conto in modo sempre più preciso (la teoria). 
Le risultanti di tali procedure non sono sempre univoche giacché i dati non parlano da soli ed il successo delle teorie si basa anche su fattori quali la semplicità o la capacità predittiva (e non è cosa banale mostrare che queste due cose implichino necessariamente “la verità”).
La formazione scientifica garantisce (o almeno dovrebbe) che due membri della comunità possano confrontarsi “alla pari” (quantomeno nel loro campo di indagine) proprio perché educati a pensare in questo modo (cioè seguendo certe regole, condivise dalla loro comunità).

5)Qui, per chi volesse, un bel video che riassume alcune delle cose qui dette: https://www.ted.com/…/naomi_oreskes_why_we_should_believe_i…)

Qualcuno leggerà questi punti e dirà (forse e al netto di miei eventuali errori, sempre possibili):

“Oh ecco, così è chiaro”.

Ma questa “fiducia nella chiarezza” non deve ingannarci.

Un grosso problema (paradossalmente spesso ingnorato o sminuito) è che, non basta spiegare le cose chiaramente e basandosi sui fatti per essere creduti (studi quantomeno ventennali di psicologia sperimentale e della comunicazione ci dicono questo): serve LA FIDUCIA.

Su questo punto, che riguarda l’idea di cosa siano le scienze e del loro rapporto con la società che le esprime, io penso che Burioni si sbagli e di molto. Anzi, che il suo approccio sia addirittura nocivo.

Provo a spiegarmi (anche qui semplificando un po’, necessariamente).

Per “credere” bisogna fidarsi. Io mi fido dei metodi delle scienze (ed è una fiducia che si è costruita anche attraverso uno studio di anni) ma non è così banale spiegare perché. 
Dietro il fenomeno che vede alcune persone rifiutare i risultati più solidi e recenti della ricerca (per esempio, il cambiamento climatico o i vaccini) ci sono anche alcune questioni di ordine culturale che purtroppo, mi pare, vengano spesso ignorate o taciute.

Uno dei problemi centrali è l’immagine delle scienze. 
Le scienze non servono a dare risposte certe e definitive ma a rendere più consapevoli, critiche ed articolate le nostre domande. 
Sono le “migliori” risposte che abbiamo al momento, ma accettarle significa anche liberarci dall’ansia di avere una terra ferma e stabile su cui non porci più altre domande.

Questo perché l’impostazione scientifica non combatte lo scetticismo (cioè l’essere sospettosi su tutto) con la “dogmatica certezza” ma con quella che potrei chiamare la “razionale incertezza”.

Educare alle scienze significa, a mio avviso, anche e soprattutto mostrare come esse costituiscano il difficile e faticoso modo di pensare che riconosce la limitatezza della nostra comprensione del mondo e tuttavia non si riduce banalmente a considerare tali conoscenze limitate come tutte uguali o dello stesso grado.

Si tratta cioè di quell’atteggiamento non banale, e che richiede un costante impegno, che ci fa capire, ad esempio, come il fatto che tutti i mutamenti di paradigmi e teorie siano stati contestazione di quelli precedenti non significa di per sé che ogni rifiuto o rigetto di tali paradigmi e teorie ne costituisca a sua volta di nuovi.

La conoscenza scientifica insomma come forma di ricerca razionale per eccellenza, è quell’oneroso modo di pensare che ha reso la nostra incertezza sul mondo un elemento su cui costruire la sua incredibile, ineguagliata, forza.
La formazione scientifica è dunque come un “addestramento” ad accettare la fine di ogni sicurezza fideistica ma senza cadere nel banale qualunquismo, altrettanto fideistico, che se nulla vi è di certo allora niente farà differenza.

L’atteggiamento scientifico va dunque visto anzitutto come educazione al pensiero critico, che non è sinonimo di dubitare per partito preso ma esattamente il suo contrario e cioè accostarsi ad ogni questione in modo aperto, problematico e non dogmatico.

Rispondere all’irrazionalità di certi attacchi contro le preziose conquiste della ricerca contemporanea con altrettanta irrazionalità non solo è controproducente (è noto che non serva e la scienza stessa ce lo mostra da tempo) ma anche molto pericoloso. Rischia di far scordare perché “pensare scientificamente” sia radicalmente diverso da chi argomenta affidandosi a verità oracolari o rivelate.

Come sosteneva il grande naturalista Thomas Huxley: “Verità professate in modo irrazionale sono più pericolose degli errori razionali. L’essenza della mentalità scientifica è la critica”.

Inoltre molto spesso (cosa che complica oltremodo il tutto) la sfiducia di qualcuno non è verso la scienza ma verso gli scienziati o i medici (accusati “di non praticare una buona scienza”).

Convincere questo tipo di diffidenza è praticamente impossibile sciorinando dati e “fatti” (e anche qui c’è chi se n’è occupato: https://drive.google.com/…/0B6oYmzobonqoeHdHdDFVX3lJaDg/view).

Infine c’è un’altra questione. Un altro punto su cui discutere, sapientemente ignorato da quasi tutti, è spesso un altro.

Esso riguarda l’aspetto politico, sociale e comunicativo della questione.

In altre parole, considerato ciò che la ricerca scientifica e clinica ci dice circa i vaccini (fonte imprenscindibile), qual è il modo migliore per trasformare tali conoscenze in efficaci e condivise politiche di sanità pubblica (e quindi, volendo, come ottenere la massima copertura e la minima contestazione insieme)?

Porsi delle domande circa l’obbligo non implica di per sé essere contro la profilassi vaccinale (le cui questioni fattuali, ripeto, possono essere reperite presso numerose fonti autorevoli ed ascoltando il parere di molti esperti del settore).

Riguarda piuttosto il delicato rapporto tra interessi, doveri e diritti dell’individuo e le possibilità di manovra di uno stato democratico nei confronti di essi. E quindi, se l’obbligo e la coercizione si possono dimostrare efficaci nel tamponare un problema “urgente”, appare importante studiare e analizzare se essi siano anche il modo migliore di affrontare la questione nel lungo periodo o se invece rischino di minare la fiducia (nodo centrale del problema ed elemento fondamentale di ogni politica democratica) tra cittadinanza ed esperti (sia ricercatori che politici).

Come si scrive anche nell’editoriale della rivista “Nature” (https://www.nature.com/articles/d41586-018-00660-y) che non è certo un giornaletto “anti-vax”:

“To portray societal hesitation about vaccination as a simple battle between anti-vaccine groups and ignorant populations on the one side, and scientific reason and public health on the other — as the French government has done — promotes an unproductive and sterile controversy, and a simplified view that obscures complex issues, such as the multiple causes of ‘vaccine hesitancy’ in populations, and the fundamental role of building trust in health-care institutions and information from government and scientists.”

FINE DELLA LUNGA PREMESSA.

Ora finalmente arriviamo al punto.
Burioni contro Regazzoni.

Il primo è un esperto di immunologia e virologia. 
Sui vaccini ne sa sicuramente più di Regazzoni.

Il problema è che Regazzoni non ha contestato Burioni sulla scienza, ma sul modo di rappresentarla, immaginarla e divulgarla. Chiedersi cosa sia la scienza e come funzioni è l’oggetto della filosofia della scienza. Burioni in questo mi pare ignorante davvero (del resto pare lo ammetta candidamente lui stesso).

Regazzoni (che NON è un filosofo della scienza, ricordiamolo) ha provato a chiedere a Burioni un’attenzione maggiore su certi aspetti cruciali circa il rapporto tra scienza e società. Tuttavia lo ha fatto forse non nei modi migliori (anche lui non è un esperto del settore alla fine ed in certe uscite ha incarnato, a tratti, “il maestrino” anche lui). 
Tanto che alla fine il confronto mi è parso molto più uno scontro, tra chi vuole aver ragione a tutti i costi.

Riassumendo, un botta e risposta senza vincitori né vinti, che ha contribuito oltremodo ad ingarbugliare una questione importante e che ci tocca tutti. Anche perché prendere di petto la comunicazione di Burioni e provare a vincerlo con le sue armi è già aver perso.

Sui rapporti tra scienze e filosofie (uso il plurale non a caso) ci sarebbe tanto, troppo da dire. Basti per ora dire che una parte del problema comunque risiede anche qui.

INFINE UNA NOTA DI CARATTERE PERSONALE.

Burioni ha poi deciso (secondo me c’è della volontà, ma potrei sbagliarmi) di commettere la nota fallacia ad hominem (e cioè criticare l’autore di un punto di vista invece che il contenuto di quel punto di vista).

Per Burioni, Regazzoni sarebbe “solo un filosofo” ed inoltre un “docente a contratto” che pertanto non ha modo di insegnare nulla ad un ordinario. 
Altra fallacia, l’appello all’autorità.

Mi scuso se qui qualche “nota da maestrino” esce anche a me.

Ma sono anche io un “filosofo” ed anche (tra le altre cose) un misero e pezzente docente a contratto. Uno sfigato che deve fare più cose diverse insieme (ricerca, docenze, altre attività di formazione) perché “non è abbastanza bravo” per avere già un posto fisso unico nell’Accademia.

Non penso che la mia posizione mi renda meno autorevole di altri nel parlare di cose che studio da anni.

Tuttavia il mio sfogo finisce qui. 
Questi problemi sono seri. E a buttarmi nel circo mediatico dove il fine è mostrare che lo si ha più grosso degli altri mi pare un atteggiamento “tribale” (mi scuseranno gli antropologi per l’uso scorretto di questo termine) dal quale voglio sottrarmi e che non fa del bene a nessuno né contribuisce a risolvere i problemi.

Confrontarsi è faticoso. Ma penso sia, in questi casi, doveroso.

Farlo con un certo “metodo” è qualcosa, tra le altre, che dovrebbe contribuire a rendere gli esperti tali e degni del loro ruolo.

Scriveva, a tale proposito, il grande Bertrand Russell:

“It is not what the man of science believes that distinguishes him, but how and why he believes it”

FEDERICO BOEM