Se gli opposti ultrà paventano apocalissi assortite in caso di vittoria del fronte avversario al referendum, c’è chi invece più pacatamente prova a suggerire che il mondo non finirà sia che vinca il sì che il no.

Io invece sostengo che ci andiamo a schiantare in ogni caso, tanto per chiarire.

Oramai è diffusa in tutti i partiti e movimenti di un certo peso — e quindi in una fetta largamente maggioritaria del paese — una deriva di valori e metodo di interpretare la politica che sembra inarrestabile ed irresistibile.

Un espediente omeopatico per la lotta al populismo

Un’infatuazione per la velocità, la potenza, il decisionismo, l’uomo della provvidenza è riscontrabile a destra come a sinistra come a «nè destra nè sinistra». Di contro la politica come processo di discussione ed accordo, o anche la complessità in sè come concetto sono visti come inutili orpelli in maniera quasi unanime, ora che il partito che doveva essere l’ultimo baluardo contro il populismo ha gettato la maschera e si è messo ad usare gli stessi strumenti retorici, a rincorrere gli stessi modelli istituzionali.

Fa effetto ascoltare da ogni parte odi sperticate ai sogni di un governo stabile, forte e veloce, tutte caratteristiche che per quanto lodevoli singolarmente (se prese in moderata misura), nel complesso sembrano dipingere perfettamente alcune forme di governo che abbiamo conosciuto in passato e che ci si è sempre detti di voler evitare: le famose “derive autoritarie”.

Basta enunciarle per essere tacciati di trito e ritrito Reductio ad hitlerum, ma bisogna guardare in faccia la realtà dei fatti: il tabù andrebbe infranto e forse guardato con maggiore serenità. All’italiano medio(ma non solo) tutto ciò che rappresenta l’opposizione concettuale a questa deriva dà l’orticaria e viene vissuta con fastidio nel migliore dei casi, con odio in quelli più peculiari. La deriva cominciata con l’unto dal Signore (e che generò nell’altro campo la famosa “vocazione maggioritaria”) e proseguita con Renzi e Grillo e Salvini in un delirio marinettiano di sfide fra uomini del destino non lascia molto scampo, ma più preoccupante è vedere che non siamo soli su questa strada: il populismo avanza in maniera piuttosto uniforme in tutto l’occidente, Giappone incluso.
Più preoccupante ancora è rendersi conto che è una discesa senza appello, non abbiamo ancora incontrato un caso di “guarigione” — un paese che dopo uno svarione abbia saputo risalire verso più civili livelli — e abbiamo ben testato come sia improbabile toccare il fondo senza cominciare a scavare.

Se sarà il NO a vincere non sarà certo perchè il Paese improvvisamente ritroverà il fascino della pacatezza e del dibattito civile, ma solo perchè dei tre capetti due la riforma la dovrebbero subire, e riforme del genere sono molto affascinanti da godere al governo, molto meno da subire dall’opposizione.
Ma presto o tardi lì arriveremo, non c’è da temere. Un governo “forte, stabile e veloce” che possa disporre di un parlamento finalmente efficiente (mortificato, direbbe qualche disfattista) invece di quell’aula sorda e grigia, per poter rispondere adeguatamente a questi tempi così veloci e così duri!
In un modo o in un altro, ci arriveremo.

L’alta velocità del cambiamento e del progresso è inarrestabile: basta un Sì
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