Chiedi a Coltrane: Gatti sulla luna

Cat on the Moon
Vertigine è il desiderio e il volo l’essenza che lo libera.

A vederla, bella, affacciata pigramente al terrazzo mi domando se lei e il nostro gatto non si somiglino. Silvia ha, insopprimibile, il bisogno di guardare la luna. Lo fa a modo suo: punta l’infinito notturno senza alcun bisogno dell’infinito stesso. Ci sono un paio di modi per scrutare il cosmo: il primo è di chi vi si addentri con spirito e determinazione; il secondo ha a che vedere col desiderio di isolarsi. Le avevo appena letto la chiosa di un romanzo. Conclusi con “Ti scriverò prima del confine, con i pensieri. E ti dedicherò parole che oggi non conosco ancora, ma che sto già imparando.” Non sappiamo niente di ciò che sarà, eppure conosciamo la direzione. Diamo nome destino al futuro, ma non è quanto dovrebbe interessarci. Ci basterebbe conoscere la nostra anima, le inclinazioni che ci spingono sghembi contro porte chiuse. Avevo una bottiglia di rum cubano che riluceva alla fiamma della citronella. Mi è sempre piaciuta. Silvia intendo. Della luna posso fregarmene. Coltrane, il mio cane fantasma, mi biasima per questo e per altri motivi. Ritiene che talvolta perda il senso delle cose, che scelga solo in virtù della volontà di scegliere. Il segreto per me è: ottieni quello che vuoi e fregatene di ciò che non puoi. “Perché desiderare la luna?” gli chiesi. E’ fuori dai miei contatti e non ce la farei a raggiungerla con un razzo. Goodbye Pork Pie Hat faceva il suo giro nell’oscurità. Era in fondo un vecchio blues. Charlie Mingus lo aveva dedicato a Lester Young, al suo strambo cappello. Li aveva sepolti insieme e poi si era dato pena di comporre musica. “Perché ti è sempre piaciuta?” mi chiese Coltrane, accovacciato a fianco della sedia. Mi volsi a guardarlo. Aveva l’aria malinconica di un cane morto. Quando non se ne fa professione, la malinconia è un sentimento indispensabile. Testimonia esperienze intensamente vissute, la loro bellezza sebbene trascorsa. In questo forse ero un cane morto io stesso. “Mi piace perché è uno splendido brano.” gli risposi. “Parlavo di Silvia..” bofonchiò. Non che fosse geloso, ma nemmeno si fidava ancora di lei. Probabilmente perché vedeva la cura che metteva nell’alimentare il nostro felino. Era irrimediabilmente dimagrito per via della calura estiva, come il Berlinguer degli ultimi tempi di cui portava impropriamente il nome. “Non lo so..”, borbottai deglutendo un sorso di rum. “Mi piace perché può essere il mio più grande dolore e la mia più grande gioia...” Quanti esseri umani possiedono tale virtù? Era appoggiata alla ringhiera, facendo bella mostra dei suoi shorts rossi. Anche questo incideva. “Quanto manca?” mi chiese Giorgia. Seduti, composti, i nostri piccoli sorvegliavano il cielo. Guardai l’orologio. “Ancora pochi minuti..” Le dissi. “Sarà bellissimo…” commentò Andrea trasognato. No, Silvia non era un gatto. Non mancava di empatia. Non camminava solitaria sui tetti, cogliendo i topi al balzo per puro gusto. Non si sfregava contro le gambe dei passanti. Sapeva ciò che voleva e per lusso o per sfortuna c’ero anch’io nel novero. “La dovrai proteggere da sé stessa…” continuò Coltrane. “Come tutti..” pensai. Avevo protetto lui stesso dalla morte, carezzandolo in fin di vita sul tavolo operatorio del veterinario. “Lo sai, vero, che si sentirà per sempre sola?” Mi incalzò. Sbagliava. “Dunque, non è un gatto..?” Scherzai. Lui sbuffò, sapeva che avevo capito. Berlinguer ci guardò distrattamente. Per un gatto questa storia di condividere spazi con un cane fantasma non era niente di speciale. Un refolo di vento si alzò. Silvia aveva ormai smesso di sentirsi sola. Era consapevole che su quello stesso tetto eravamo in due. Lo ricavavo dai suoi sorrisi, dalle carezze, dal modo che aveva di fare l’amore. Sapeva che se si fosse voltata, affacciata alla ringhiera mi avrebbe trovato. Udimmo un colpo sordo e scintille in cielo. Era la notte di San Giovanni, patrono di Firenze. I fuochi d’artificio cominciarono a macchiare l’oscurità. “Sarà bellissimo!” urlò Andrea, entusiasta. Tra qualche anno ti dirò se davvero avevi ragione.

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