Chiedi a Coltrane: Mi chiamo Grant.

Alla fine nella vita contano poche cose e persone, ma per arrivarci occorre sperimentarne diverse
“Ci sono errori che sono fortunate deviazioni ed altri che sono errori, punto e basta.” Si aggiustò il colletto della camicia con gesto di istintiva eleganza. “Il negroni sbagliato, ad esempio…” Conosceva evidentemente la mia passione per i cocktail. “Sostituire il gin con un brut è semplicemente mancanza di sensibilità.” Stava seduto sulla vecchia poltrona muffita che avevo riposto in soffitta, reggendo con la sinistra un Glen Grant Cellar Reserve 1992, liscio. Godeva ormai della virtù di non dover chiedere o interpretare, perciò rispose alla mia domanda muta. “Questo lo bevo perché sa di miele e perché non sono bravo a fare cocktail…” Sollevò appena il braccio magro e rugoso, alludendo al Martini. Coltrane sedeva al mio fianco. Da quando avevamo portato in campagna il gatto Berlinguer, gradualmente rioccupava gli spazi di casa. Il vecchio mi sorrise, enigmatico. La consapevolezza di aver guardato Dio nelle pupille credo consenta espressioni non codificabili. Me ne stavo in piedi, con gli occhi socchiusi nella penombra e il capo leggermente inclinato per non sbattere nel sottotetto. Mi aveva condotto sin là il mio cane fantasma. Non aveva abbaiato, né latrato. Mentre ascoltavo jazz si era messo a fissarmi con i suoi occhi fondi da cane morto. “Che c’è, Coltrane?” gli chiesi, perso nella dimensione ovattata delle cuffie. Salimmo insieme la ripida scala, quindi sollevai la botola. Lui era là, nella medesima posa. “Mi piace quel brano che ascoltavi…” disse. Da quando posseggo un cane fantasma e i miei bambini giocano con lui sono abituato a non farmi troppe domande. “Sea escape?” chiesi allo sconosciuto. Annuì. Era un duetto tra Holland e Barron. Non servono più di un basso e pianoforte per fare jazz. “Mi ricorda uno di quei tramonti sbagliati…” Intendeva i tramonti sull’adriatico, quelli che gli schifiltosi giudicano tramonti minori. Anche lui c’era stato con la famiglia. “Sono i migliori …” Aggiunse. “Leggeri, ventosi, tramonti in cui l’assenza del sole concede all’anima di vedere la propria ombra.” Non era lì per fare filosofia. Voleva solo stabilire le regole. “Io non occupo spazi… Non più. Sono discreto, non giudico, per cui fa’ pure la tua vita, tresche comprese. Non chiedo che una bottiglia di Glen Grant Cellar Reserve a disposizione. Non faccio feste, non frequento altre anime morte. Non tiro gli orli delle coperte o altre scempiaggini del genere. Per favore, a questo proposito, no sedute spiritiche o altre buffonate. Se ho bisogno di te, ti mando il cane…” Guardai Coltrane come si guarda un traditore. “Se tu hai bisogno di me, fa’ lo stesso…” Restai un istante interdetto. “Per cosa mai dovrei avere bisogno di lei..?” azzardai. “Non lo so, vedi tu…” Rispose ruvido. Calò il silenzio. Il tizio continuava a fissarmi. “Ci mancava una casa infestata da fantasmi…” mormorai a disagio. “Mi pareva fossi già abituato…”, indicò il cane col bicchiere, facendo tintinnare il ghiaccio. Avevo conosciuto sua moglie. Era l’ex padrona di casa, una donna minuta dallo sguardo spaurito. L’aveva accompagnata dal notaio il figlio avvocato, un quarantenne calvo con lo sguardo dolce. Ogni tanto si irrigidiva per via di qualche passaggio dell’atto notarile che non condivideva. Conoscevo il detto: “ Un buon avvocato conosce la legge. Uno bravo conosce il giudice, ma il migliore conosce l’amante del giudice.” Il figlio della donna, per quanto protettivo, era troppo ostile per essere davvero in gamba. La compravendita finì senza sussulti. Avendo buon carattere, mi intrattenni e sciolsi il ghiaccio. Venni, quindi, a sapere che l’immobile che io e Silvia avevamo acquistato non era solo un ex studio legale, ma la casa in cui avevano entrambi vissuto. La donna dopo averci ascoltati si scosse improvvisamente dal torpore e venne stringerci la mano. “Buona fortuna e abbiate cura di voi…” disse fissandoci con un sorriso dolce. Era un passaggio di consegne. Ci stava affidando la sua stessa vita. I luoghi ci sopravvivono, ci contengono, si incrostano delle nostre memorie. Piccoli segni sull’intonaco, sul pavimento, qualche macchia. Il resto di una vita è poco più, eccetto i fantasmi ovviamente. Ce ne sono alcuni vivi e altri morti. Come la storia di Syd Barret. L’avevo raccontata alla mia piccola durante l’interminabile viaggio di ritorno in macchina dalla Puglia per spiegarle la resurrezione. Un’invenzione di Gilmore, c’è da giurarci, ma lui e i ragazzi del gruppo assicurano che nel momento della registrazione di Wish you were here si presentò un tizio grasso, senza sopracciglia e con l’aria persa che si sedette ad ascoltarli. Giocò con uno spazzolino da denti, quindi, finito il brano si alzò e sparì. Rimasero a guardarsi come le ombre lunghe di un tramonto sbagliato e capirono che era Syd. Lo capirono gli apostoli, che non riconobbero Gesù risorto. Lo capirebbe chiunque, me compreso, una volta che la luce del sole si faccia da parte. “Hai qualcosa in contrario rispetto all’accordo?” mi chiese il tizio col Glen Grant in mano. Senza dubbio era più volitivo del figlio o semplicemente era morto. “Ho solo una domanda…” gli dissi, muovendo un passo per sgranchirmi il piede che si era addormentato. “Qual è il suo nome?” Il vecchio sorrise, quindi, tintinnò nuovamente il ghiaccio che aveva nel bicchiere.
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