Being Erlend Øye

Ieri sera sono uscito. 
Sono uscito, e sono andato a vedere il concerto di Erlend Øye.
A me Erlend Øye piace molto: non perché ho visto i Kings of Convenience al loro primo concerto italiano, non perché una volta ci siamo incontrati da Tony Roma’s a Potsdamer Platz, e lui si ricordava di quando avevamo chiacchierato dopo quel concerto romano, non perché (o non solo perché) la sua musica mi rilassa molto, e mi diverte. 
A me Erlend Øye piace molto perché mi sembra — e mi faccio bastare l’impressione superficiale — uno degli uomini più sereni e fortunati al mondo, uno che si gode la vita nel senso migliore del termine, in pace con sé stesso e col mondo. 
Uno che vive un po’ a Siracusa, un po’ a Bergen, un po’ in tour in Sudamerica.
Uno che ha quel tanto di talento sufficiente a vivere di quello che ama, ma senza esagerare. 
Uno che ha quel tanto di successo sufficiente a vivere come ama, ma senza esagerare. 
Uno che sta centrato con sé stesso, e nel suo tempo.

Detto questo, ieri, come ogni volta che devo uscire di casa, arrivato alla porta mi sono chiesto cosa potesse mai esserci fuori da quella porta di meglio o più interessante di quanto non abbia in casa, tra le mie cose, e quasi mi sono pentito. 
Poi però no, perché il concerto è stato esattamente quello che speravo: una parentesi rilassante e divertente che mi è servita a rifiatare un po’, un giorni dove il fiato manca sempre. 
È stato quello, e anche di più.
Perché va bene, non ho tutta questa esperienza di concerti, per carità, ma non avevo mai assistito a una cosa così orizzontale, dove la (relativa) distanza fisica tra chi si esibisce e chi ascolta viene così volontariamente annullata, in senso metaforico e non. 
E non avevo mai assistito a una performance dove il tasso di ego fosse così basso.

Sul palco, ieri sera, c’era un ragazzone alto e magro che mi ricorda Wes Anderson e che aveva voglia di star bene con la sua musica, e di far stare bene chi suonava con lui (tre ragazzi di Siracusa bravissimi, e con forse la metà dei suoi e miei anni, e che avevano ampio spazio senza che questo spazio gli venisse dato con fare paternalista) e chi lo ascoltava. 
Ieri sera non è stato un concerto, ma una serata tra amici che fanno musica. Ed è stato bellissimo per questo. 
E poi anche perché, verso la fine, Erlend Øye ha suonato “La prima estate”, che è una canzone che alle mie figlie, quella grande e quella piccola, piace tantissimo, e mi sono quasi un po’ commosso.

Ecco nella vita io vorrei essere come Erlend Øye.

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