Ok, Hollywood produce solo sequel, remake e reboot. Ma noi, perché li andiamo a vedere tutti?

Qualche giorno fa, ho letto questo pezzo che parla, in maniera lunga e dettagliata, della sempre crescente, e apparentemente inarrestabile, ossessione hollywoodiana per i sequel, le serie, i franchise. Un pezzo che ho trovato molto completo, e interessante, dal punto di vista della struttura industriale del cinema americano (e mondiale); delle sue logiche economiche e di marketing.
Quello che però mi è immediatamente sembrato evidente mancasse, nell’articolo, è il tentativo di capire perché, oggi, tutta questa produzione industriale faccia tanta presa sul pubblico: l’altra faccia della medaglia. Manca, insomma, un’analisi, un ragionamento, un’ipotesi che mi racconti non soltanto perché Hollywood produce sequel su sequel e remake su remake, ma anche perché chi va al cinema continua a prediligerli, anche a dispetto di possibili e presenti alternative.

È vero — o perlomeno ne ho profonda convinzione — che il pubblico, oggi, compra tutto ciò che la macchina del marketing gli impone (e che quindi potrebbe comprare anche cose diverse e migliori, se qualcuno volesse spingerlo a farlo, ma questo è un discorso qualitativo che qui non c’entra e non voglio affrontare ora), ma ciò non basta a esaurire la fame di saghe, serie, crossover che rimbalza tra schermi cinematografici e televisivi. Sì, perché in fondo anche la rinnovata passione, focosissima, del pubblico per le serie tv in fondo fa parte dello stesso discorso.
Perché ci siamo riappassionati così tanto alla narrazione seriale? Perché, eletto un supereroe (un agente segreto, un professore di chimica che produce droga, chi pare a voi) a nostro beniamino, non ci stuferemmo mai di seguirne le gesta? E perché, in mancanza di meglio, ci attacchiamo a uno dei suoi personaggi secondari promosso a protagonista in una nuova serie o in un nuovo film?

La risposta, forse, sta nel nostro rapporto con le storie e con lo storytelling. Un rapporto antichissimo, ancestrale, spesso inconscio, raccontato in maniera brillante e avvincente da Jonathan Gottschall nel fondamentale “L’istinto di narrare. Come le storie ci hanno resi umani.”, pubblicato in Italia da Bollati Boringhieri.
Secondo l’autore — semplificando al massimo — le storie e le strutture narrative incentrate sul conflitto e sul suo superamento, altro non sono che “simulatori di volo” attraverso i quali possiamo testare virtualmente le nostre reazioni a situazioni di difficoltà, imparando a gestirle con immediatezza e rapidità attraverso la ripetizione.
Se consideriamo quanto il mondo di oggi sia impegnativo, in termini di problemi, conflitti e difficoltà da affrontare, e quanto le certezze consolidate dal punto di vista sociale, economico, geopolitico vadano progressivamente entrando in crisi sotto la spinta di sommovimenti e rivoluzioni che appaiono inarrestabili, possiamo bene capire quanto siano importanti oggi le storie che (come hanno sempre fatto) ci insegnano ad affrontare e reagire a queste sfide; ma anche quanto — messi a durissima prova dalla liquidità di ciò che ci circonda — cerchiamo di tornare sempre a universi rassicuranti nel loro essere conosciuti, certi, codificati.

Che si tratti del Marvelverse o dei regni di Game of Thrones, con tutte le variabili narrative che comportano e raccontano i vari episodi cinematografici o televisivi, alla fine abbiamo sempre la rassicurante, confortante sensazione di tornare a casa, di trovare in quella puntata o in quel sequel le certezze che, fuori dalla narrazione e dalla finzione, non abbiamo più (non a caso, forse, il periodo storico in cui Hollywood ha cominciato a produrre remake con una certa regolarità, e in cui gli horror della Universal hanno dato il via a una regolare e popolare serializzazione, è stato quello immediatamente successivo alla Grande Depressione, dove allo sconquasso della crisi economica si associava la tensione geopolitica che condurrà alla II Guerra Mondiale).
Siamo, allora, come i bambini che rivedono all’infinito lo stesso film, o vogliono rileggere in loop lo stesso libro, o anche ripetere lo stesso gioco fino allo stremo: così facendo, loro imparano a conoscere meglio sé stessi e il mondo, a comprendere meccanismi e funzionamenti, regole basilari del racconto e della vita. Noi, restringendo in qualche modo il campo sterminato della narrazione, chiudendola preferenzialmente dentro universi specifici, circoscritti e serializzati, cerchiamo di arginare il caos di quella stessa vita, troviamo nel nuovo Batman (o nell’ennesimo Pirati dei Caraibi, o nella Casa Bianca di Frank Underwood, o nel ritorno a Twin Peaks) un porto scenografico e sicuro. Troviamo una storia che sì, ci appassionerà e ci sorprenderà, ma che sapremo sempre riconoscere nei suoi personaggi e nelle sue coordinate generali di base.

Forse, allora, prima di continuare a chiedere a Hollywood più coraggio, o al cinema italiano di piantarla di fare commedie sempre tutte uguali e con gli stessi quattro attori, dovremmo chiedere a noi stessi di essere più intraprendenti e avventurosi, confrontandoci più spesso e più volentieri con eroi nuovi, mondi sconosciuti, personaggi diversi e serialità ignote e spiazzanti. Così, la narrazione tornerà a essere un simulatore efficace in un mondo che, ignoto, caotico e spiazzante lo è da sempre e oggi ancora di più.

Like what you read? Give federico gironi a round of applause.

From a quick cheer to a standing ovation, clap to show how much you enjoyed this story.