Permette una domanda?

In una delle pillole dell’Istituto Luce che precedevano la proiezioni ufficiali dei film, al Festival di Venezia, un giornalista intervistava Mario Monicelli sul set dei Compagni. Fece molto ridere tutti, me compreso, quando al regista fu chiesto: “Monicelli, lei ha fatto film molto belli, e anche film molto brutti. Questo, in quale delle due categorie rientrerà?.”
Fortunatamente, rise anche Monicelli.

Però, subito dopo aver riso, ho pensato che mai e poi mai, oggi, sarebbe pensabile fare una domanda del genere a un regista o a un attore.
Lasciate perdere che la domanda in sé è cretina: il punto è che non è nemmeno ipotizzabile, parlando per generalizzazioni, insinuare nel corso di un’intervista che quel regista o quell’attrice abbia mai fatto nulla di brutto, o di sbagliato; men che meno il film che sta promuovendo in quel momento.
Ci si attirano telefonate irose o scenate di varia natura per quel che si scrive, ben più legittimamente, nelle recensioni, figuriamoci a contestare qualcuno, o un film, durante un’intervista.

Per la serie “continuo a farmi degli amici”: non è che il livello medio dei giornalisti cinematografici sia altissimo, e non è che lo sia quello delle interviste. A parte la tendenziale piaggeria con la quale ci si pone di fronte al “talent”, specie se italiano, specie se c’è da millantare un’amicizia e fare del name-dropping a posteriori, raramente si entra nello specifico del film e del lavoro svolto, e anche testate non generaliste si concentrano più su domandine di glamour e gossip che non altro. Ma anche quando le interviste si fanno più serie, una domanda che contesti, che apra spazi alla polemica, che provochi (con educazione e rispetto, sia ben inteso) non la si sente praticamente mai.

Considerata questa tendenza che non riguarda solo l’Italia, ma è internazionale (“globalizzata”, si dice anzi oggi), non sorprende, allora, che sempre più di frequente le star (estere, ma non solo) scattino piccate quando sentono qualcosa che non gli piace, o che si distanzia dal complimento o dalla domanda neutrale o di colore.
C’è da fare dei giusti distinguo, è ovvio: perché per un Tom Hardy che giustamente si fa girare le scatole per una scemenza inopportuna e maleducata (una domanda sul suo orientamento sessuale), c’è un Robert De Niro che molla a metà un’intervista solo perché la giornalista ha osato chiedergli come fa a evitare di recitare “col pilota automatico”. Col risultato di far bandire la giornalista in questione da tutte le attività stampa targate Warner fino a data da destinarsi.

C’è da dire che De Niro non è l’unico, come c’è da dire che di giornalisti maleducati e inopportuni che ne sono dappertutto.
Però l’appiattimento c’è, è innegabile, parte dal giornalismo e arriva fino alla critica. Bisogna che sia tutto bello, tutto da promuovere, perché a qualcuno che piace ci sarà sempre, perché bisogna fare sistema. Un po’ come la storia di The Program: nessuno deve parlare del doping perché si fa male allo sport. Nessuno deve criticare e fare domande scomode, sennò i registi si offendono, le attrici se ne vanno, i produttori si risentono e si lamentano.

Tutto deve andare secondo i piani, marzullianamente: il talent si faccia una domanda e si dia una risposta.