Systasis ton pragmaton

Qual è il rapporto tra filosofia e narrazione? Quando pariamo di filosofia come narrazione vi sono quattro possibili significati: una declinazione in termini di antitesi, Socrate nella pubblica dice che la filosofiamo è narrazione e attacca i poeti; la filosofia è (anche) teoria della narrazione in quanto può teorizzare senza contaminarsi; la filosofia è (anche) filosofia della narrazione; la filosofia è narrazione.
Platone utilizza il mythos dove il logos non può arrivare, il mythos è un racconto, una narrazione ma anche un insegnamento che permette di superare il logos, ovvero il discorso, la ragione, il pensiero. In Omero logos e mythos si incontrano nella sintesi di un unico termine: la parola; per Omero il mythos è la parola vera, sacra, proveniente dal divino. In Platone i miti sono narrazioni cruciali, sono complessi e non si lasciano spiegare; il mito si presenta come un monologo, un unico narratore che racconta una storia. Il mito è un rimando al passato spesso presente nei dialoghi platonici, un elemento che appare più vicino al poeta che ad altri. Un paradosso questo visto che nella Repubblica i poeti sono espulsi dalla città. Il discorso filosofico ha a che fare con la verità, l’aletheia, il poeta appare come una figura lontana dalla verità.
La filosofia frequenta tutti i generi quindi non ha metodo, essa si trova laddove non vi è una precisa collocazione. Come si rappresenta qualcosa che non si può collocare? Questo è il problema della mimesis. Platone e Aristotele ci danno due definizioni diverse, per il primo la mimesis è da condannare perché rappresenta il grado più lontano dalla verità, una “copia di copia”. Per Aristotele invece essa è una rappresentazione positiva per la catarsi. La poesia è imitazione nel più alto grado possibile, la più distante dalla verità. Se per Platone essa è però “imitazione di oggetti” per Aristotele si intende “rappresentazione di cose”. Platone condanna la mimesis perché punta al godimento delle parti meno nobili dell’animo umano, un godimento insaziabile e lontano dalla nostra componente razionale che però ci appaga e soddisfa. La mimesis però non intacca mai la qualità estetica di un’opera: siamo tendenti a credere che parte del giudizio estetico sia legato ai contenuti nobili dell’oggetto. L’alibi del contenuto non dovrebbe avere influenza sul giudizio estetico. La mimesis permette di nutrire le parti più basse dell’anime, per questo Platone non vuole che essa sia esercitata nella sua città ideale, egli vuole scongiurare il pericolo di essere guidato e governato dall’immaginario delle messe in scena, le opere per Platone non fanno bene alla città.
Per Aristotele invece la mimesis diventa uno strumento utile nella costruzione della trama, nella Poetica egli concentra il suo discorso estetico sull’importanza del termine mythos che può essere tradotto con “trama”, la trama è un principio mnemonico potentissimo che anche lo stesso Platone utilizza più volte quando introduce i suoi miti. Aristotele intende la Poetica come un trattato sulla narrazione in termini di trama/intreccio. Narrare significa comporre un intreccio, una storia, una composizione di eventi. La trama è un montaggio dove gli eventi e le azioni vengono composti in maniera tale da creare un intreccio che possa coinvolgere. La narrazione deve avere al centro la trama perché essa è un bisogno biologico per il fruitore. La trama al prima posto, non ci può essere tragedia senza trama. La centralità della trama, i fatti della trama sono tutti necessari. Essa è una conditio sine qua non; la trama non è solo un racconto ma rappresenta un processo narratologico dinamico che nasce dal montaggio delle azioni, quello che Aristotele chiama systasis ton pragmaton. Aristotele coglie dei caratteri nella narrazione che sono delle costanti, il pubblico continua a godere e a fruire di narrazione con trama, questo è il dato universale quando si parla di poetica.
Costruire la trama è la parte più difficile, l’ultima cosa che giunge nel processo, è un’operazione di mimesis, imitiamo la realtà trasformando una storia da vera a verosimile. L’insieme del verosimile è un sottoinsieme del vero, la letteratura si muove nel campo del verosimile, la storia si occupa del vero. Il verosimile possiede una concatenazione che gli dona un senso e quindi un principio di universalità.
La tragedia migliore per Aristotele è quella complessa e ben strutturata. Non deve essere multitrama, deve essere ricca di colpi di scena. L’autore è il creatore dei personaggi ma non è un padrone assoluto, deve rispettare il personaggio, rispettare la sua coerenza, caratteristica dei personaggi è spesso il coraggio, una virtù amorale (il coraggioso può essere sia il buono che il cattivo) che alza il livello di godimento del fruitore. Nei fatti non ci deve essere niente di irrazionale, l’opera deve seguire una sua razionalità interna. Il mondo costruito ha della proprie regole che vanno rispettate.
Achille è un eroe iracondo eppure è il protagonista dell’Iliade, nonostante siano evidenti i suoi lati negativi: la narrazione è in grado di nobilitare anche questi aspetti, è in grado di creare fascinazione. Imitare non vuol dire cancellare i difetti ma sublimarli, Achille è più affascinante del valoroso Ettore.
L’opera parla un linguaggio proprio che l’autore può non comprendere fino in fondo. Ci interessa maggiormente l’intetio operis, quando fruiamo siamo interessati alla voce dell’opera, a noi interessa il bios dei personaggi in scena, la vita e la vitalità dell’opera.
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