Blues sister

Per i miei trentatré anni, Alice mi ha regalato un biglietto per lo spettacolo teatrale “The Blues Legend”, dedicato al mito e alla musica dei Blues Brothers.


Descrivere questo regalo, il suo significato ed il suo valore implicherebbe la scrittura di un romanzo di svariate centinaia di pagine, che dovrebbe iniziare con il racconto di due fratelli — lei di sei anni circa, lui tredicenne — che, in uno di quei giorni in cui non c’era scuola, ma i loro genitori erano al lavoro, se ne stavano a casa, in compagnia della nonna, a fare quelle cose vietate e bellissime che solo una nonna — appunto — avrebbe lasciato fare. Come, ad esempio, pranzare davanti alla TV accesa. Accesa su qualcosa di mitico e meraviglioso, ironico e avventuroso… un film di quelli che, oggi, non si vedono facilmente.

La colonna sonora vibrava di basso e chitarra, le macchine della Polizia facevano strillare gli pneumatici sulle strade di Chicago, e due tizi se ne andavano in giro vestiti da beccamorti, con gli occhiali scuri, nell’America degli Anni Settanta. Erano i Blues Brothers: due fratelli, come Alice e me.

Se davvero volessi raccontare di quei giorni, e dei giorni che seguirono, dovrei, allora, dire di tutte le volte in cui riguardammo quel film, finendo col conoscerne a memoria le scene e le battute, le espressioni di Jack e quelle di Elwood.

Se scrivessi quel libro, avrei ben poche cose delle quali vantarmi, specialmente ripensando alle tante brutte cose che ho fatto ad Alice, alle paure che le ho tramandato, alle volte in cui non sono stato presente per trasmettere la forza della quale avrebbe avuto bisogno.

Questo piccolo, inconsapevole e fortuito merito, però, me lo voglio prendere: quello di aver coltivato, in lei, il germe del blues, il seme del soul, il ritmo e l’avventura di quello splendido film.


Vedersi regalare, a più di vent’anni da quei giorni, un biglietto per questo musical mi fa pensare di aver fatto qualcosa di buono e di bello, per lei che ha fatto solo cose buone e belle, per me.

E mi lascia sperare che, ovunque deciderà di portarci la vita, quando guarderò sul sedile accanto al mio, su di un’auto acquistata ad un’asta della Polizia, ci troverò lei. Mia sorella.

Ovunque andremo — uniti o divisi — la nostra vita sarà anche quell’avventura. Sarà quella unione e quella fratellanza. Sarà quella macchina che sfonda e distrugge ogni cosa, fino alla morte, per arrivare là dove è giusto arrivare.

E, Ali… non dovremo nemmeno rimetterci l’accendino.