Il moto del Loto

Crebbe accanto al palazzo del sultano, al confine dell’immensità del parco, poco fuori dalle mura, dove iniziava la miseria delle casupole in legno, lo sporco del fango, l’incertezza della malattia e il crampo d’una fame inestinguibile.

Sbucò fuori laddove cessava il bianco percorso lastricato di mattoni ed iniziava la via di terra sudicia e, ben preso, la voce della sua venuta si sparse in ogni dove, e molti si recarono ad osservarlo. Giunsero quelli del villaggio, quelli delle città limitrofe, e quelli che, avendo sentito narrare del Fiore di Loto, decisero di affrontare l’Oceano, il Deserto, e il Monte, pur di poterne contemplare la delicata essenza.

Per ognuna delle persone che giunsero, il Fiore di Loto rimase lì, immobile. Talvolta imperlato di rugiada, altre volte tormentato dalla presenza ronzante di un’ape, altre volte ancora sporco di polvere o bagnato dal piscio di un cane randagio, prontamente cacciato a sassate.

Un giorno, poi, arrivò un uomo arrogante che, avvicinatosi troppo al Fiore di Loto, decise di coglierlo. E, non appena ne ebbe spiccato il gambo da terra, subitamente il fiore disparve, tra le dita rudi, come nebbia soffiata via dal vento, o come frammento di ghiaccio che fosse stato stretto con avidità troppo rovente nell’incavo del pugno.

Giunse quando nessuno lo voleva, laddove nessuno si sarebbe aspettato di poterlo trovare, il Fiore di Loto. E se ne andò via non appena qualcuno pensò di poterlo afferrare, avendo in mente il proposito di custodirlo chissà dove. Perché era bello. E, come la bellezza, ammetteva infiniti amanti, ma nessun padrone.