Perché i giornali di carta 
sono meglio di quelli online

C’è qualcosa di ironico nel leggere una dichiarazione d’amore per un quotidiano di carta firmata da un giornalista che per vent’anni ha lavorato in un sito di informazione online. Ma forse proprio per questo l’analisi di Jack Shafer (ex columnist di Slate, oggi in forze a Politico) merita di essere letta.

La differenza tra un giornale di carta e uno online è soprattutto una. Se con i primi si arriva, prima o poi, alla sensazione di avere capito» e di avere «finito» di leggere, con i secondi si ha sempre la sensazione di essersi persi qualcosa. Certo Shafer ammette tutta una serie di pregi dell’online (è spesso gratis, è immediato, c’è un archivio facile da consultare, i pezzi possono essere condivisi, copiati, linkati, etc…). Ma per capire veramente le notizie bisogna assaporarle «come fossero whiskey», non trangugiarle «come fossero birra».

Il problema è anche che negli ultimi 20 anni i siti di news online non hanno fatto altro che peggiorare. Se all’inizio venivano caricati pochi pezzi alla settimana — («i siti sussurravano, non urlavano, dicevano “queste sono le cose migliori da leggere”») — oggi la tendenza è quella di inondare i lettori di articoli (e pubblicità).

La soluzione? Smettere di costruire i siti come fossero «trappole per topi» (eliminare dunque tutti quei trucchi che sembrano fatti apposta per farci cliccare all’infinito), restituire ai lettori il senso di gerarchia, guidarli nella lettura, fare capire loro cosa è essenziale e cosa no, fare in modo che anche sul web, come sulla carta, si possa arrivare a un punto in cui dire «ok, le notizie sono finite».

Insomma la regola è semplice: mettere il giornalismo, e i lettori, al primo posto.

Questo articolo è tratto dalla rassegna stampa del Corriere del 10 settembre 2016