La Scienza non è democratica, anche quella che studia i NoVax.

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Qualche mese fa l’organizzazione Mondiale della Sanità ha pubblicato delle linee guida per aiutare chi, parlando di fronte al pubblico in qualità di esperto, sia costretto a dover rispondere alle critiche dei “vaccine deniers”, i famosi NoVax, seduti in platea.

Parlare in pubblico è molto complicato e visto che immaginare la gente in mutande non ha mai veramente aiutato nessuno, l’OMS ha pensato bene di creare un manuale per aiutare dottori, divulgatori scientifici e figure istituzionali ad affrontare nello specifico i “Vocal vaccine deniers”. Per capirci, sono i rompicoglioni che ti interrompono mentre stai cercando di non impappinarti col microfono in una mano, il puntatore laser nell’altra, la camicia fradicia di sudore e PowerPoint che smette di funzionare. Nella guida vengono definiti più analiticamente in base ad un’altra caratteristica importante: sono quelli la cui probabilità di fargli cambiare idea su un argomento è molto bassa o nulla.

Vi chiederete, perché perdere tempo a rispondere a chi non ha la minima intenzione di mettere in discussione le proprie convinzioni?

A quanto pare un motivo c’è: il pubblico in sala è ampio ed eterogeneo, ed anche se c’è un folto gruppo di NoVax, non è detto che tutti facciano parte del gruppo degli “inamovibili”.

La strategia quindi è semplice: rivolgersi sempre al pubblico generale e mai direttamente al singolo. L’obiettivo della risposta non deve essere quello di far cambiare idea a chi non ha intenzione di farlo, ma di convincere chi ascolta che lui ha torto.

La discussione diventa, in pratica, un’opportunità per far leva sugli indecisi, i poco informati sull’argomento e su tutta la popolazione di ascoltatori intermedia tra l’esperto ed il radicalizzato. Sono loro il vero target del divulgatore. E contemporaneamente si potranno anche rafforzare le conoscenze e le convinzioni di chi è già pro-vaccini (che non fa mai male).

Di seguito nello studio ci viene ricordato di essere comprensivi, cioè di tenere presente che “l’essere umano non processa necessariamente le informazioni in maniera razionale”, soprattutto quando proviamo a dare un senso alle cose che sembrano non averne. La colpa è dei bias cognitivi, i piccoli cortocircuiti logici, subdoli da morire, in cui tutti ogni tanto incappiamo quando immagazziniamo nuove informazioni. Li usiamo spesso, senza accorgercene, per dare un senso alle cose complicate (tipo le cause dell’autismo).

Ce ne sono a centinaia ed elencarli tutti sarebbe impossibile. Tra quelli che più facilmente si incontrano nei dibattiti coi NoVax ci sono sicuramente questi:

Bias di conferma: cercare solo le informazioni che tendono a confermare le tue teorie preesistenti, scartando o ignorando quelle che le negano.

Bias di omissione: il fenomeno per cui agire concretamente e creare un danno è percepito come moralmente peggiore di non-agire e creare comunque un danno.

Bias di naturalezza: tendenza a percepire le cose che derivano dalla natura come più sane per l’organismo rispetto a quelle sintetizzate in laboratorio anche se sono chimicamente identiche.

Bias di negatività: tendenza a dare maggiore credibilità alle “cattive notizie”, per esempio agli studi che identificano dei rischi per la salute rispetto a quelli che invece li smentiscono, indipendentemente dall’autorevolezza degli studi stessi.

Bias di narrazione: dare molto valore alle storie della vita personale e poco ai dati statistici.

Ultimo ma non ultimo, il caro vecchio post hoc ergo propter hoc (una fallacia logica più che un bias) per cui si asserisce che “visto che X segue Y, allora Y ha causato X”: mio figlio si è sentito male dopo aver fatto il vaccino quindi il vaccino ha causato il male.

La guida continua con una lunga serie di consigli per lo speaker, su come gestire al meglio la propria presentazione, e non ci interessano.

Quel che vorrei provare a capire invece è se è lecito far tesoro di questi consigli, ideati per un confronto tra esperto e pubblico reale, e sfruttarli anche nel rapporto tra esperto e pubblico dei social network.

Non mi sembra un salto troppo azzardato per due ragioni: i NoVax su internet sono molto “vocal” (rompicoglioni ndr), probabilmente anche più che dal vivo (nascosti dietro lo schermo è più facile, si sa), ed aumenta anche (esponenzialmente!) la visibilità che il dibattito su internet tra esperti e NoVax può avere nei confronti del pubblico indeciso.

Arrivo al dunque: quando Burioni blasta la gente molto spesso è divertente e riscuote un certo successo (c’è anche la pagina Facebook dedicata). E va ammesso: il più delle volte sono risposte più che giustificate, visto che su internet la figura del NoVax convinto si mescola spesso a quella del troll il cui scopo è solo offendere.

Ma sfruttando ciò che abbiamo imparato dalla guida ed applicando l’analogia pubblico reale / pubblico social, possiamo immaginare che tutti i “blastati” siano i NoVax che non cambieranno mai idea, e che il vero target del divulgatore siano i migliaia di utenti silenziosi che leggono le risposte (e gli screenshot delle risposte, che diventano veri e propri meme virali e viaggiano in rete). È probabile che tra di loro ci siano molti degli indecisi e che leggere dibattiti sui vaccini in qualche modo possa influenzare le loro convinzioni.

Insomma, dare del cretino ad uno effettivamente cretino può anche essere considerato giusto e può fa ridere, ok, ma forse si sta perdendo l’occasione di insegnare qualcosa ad un poco informato, di smentire una bufala, di svelare una fallacia logica. Forse eh. È ovvio che non ci si possa aspettare che un professionista passi la sua vita a spiegare in 280 caratteri i bias cognitivi di migliaia di utenti, sarebbe follia, e non sto dicendo che Burioni dovrebbe farlo. Ma probabilmente tra le due opzioni c’è una via di mezzo.

Il Prof. ha già ricevuto molte critiche per il suo stile comunicativo e si sarà giustamente anche rotto il cazzo di sentire sempre le stesse cose, non infierirò oltre. È liberissimo di continuare a fottersene, di continuare a dare a tutti dell’ignorante. Non lo biasimo né lo giudico. Ma appare sempre più ovvio che se l’intento della comunicazione social è fare campagna ProVax, inviare foto di asini sui social forse non è una strategia vincente.

La verità è che io a Burioni ci tengo e, parafrasando Dario Corallo, non vorrei che uno scienziato del suo calibro diventasse “come un Signor Distruggere qualsiasi”. Uno famoso perché dileggia gli ignoranti. Con l’unica differenza che qui gli ignoranti non sono le mamme pancine, immortalate in screenshot dalla dubbia veridicità, ma siamo un po’ tutti, visto che ancora nessuno sa le reali cause di una malattia complessa e multifattoriale come l’autismo.

Roberto Burioni ed il Signor Distruggere ospiti di Bianca Berlinguer in una puntata di Cartabianca.

Non è facile per me scrivere queste cose, perché effettivamente prendere per il culo la gente su internet è bellissimo, è una di quelle mode immortali che non passeranno mai, un po’ come i jeans strappati, ed è uno dei miei passatempi preferiti. Ma quando sei molto famoso ed influente è diverso, e come disse Zio Ben a Peter Parker: “da un grande potere divulgativo derivano grandi responsabilità”.

Lo ripeto, la mia non è una critica, sono solo consigli sinceri da parte di uno che sa che L’Internet è infame e assegna un’etichetta a tutti. Burioni si è già fatto attaccare addosso quella di “blastatore”, che ovviamente non può che sminuire quell’altra, che già c’era prima, che recita: “immunologo di fama mondiale”. E in un clima dove la sfiducia negli esperti regna sovrana e l’incompetenza è al governo, forse non ce lo possiamo permettere.

Concludendo, il punto è che esiste una branca della scienza che si occupa di capire i meccanismi psicologici che si nascondono dietro a fenomeni come quello dei NoVax, il cui scopo è capire cosa spinge un significativo numero di persone a far scelte irrazionali, e cercare delle soluzioni. È un tema relativamente nuovo e non ci sono ancora risposte definitive ma, giusto per capire quanto possa essere complessa la situazione, esistono studi che dimostrano che le campagne ProVax possono avere effetti opposti a quelli desiderati. Ed è solo un esempio.

C’è, insomma, una Scienza che studia chi non crede alla scienza, e cerca il modo migliore per risolvere il problema ed evitare di peggiorare la situazione, ed anche quella va rispettata, perché la scienza non è democratica.

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ogni tanto scrivo ma niente di serio.

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