
Podemos e la politica di Game of Thrones
Ripubblico qui l’articolo uscito sul Venerdì di Repubblica del 10 febbraio sui cortocircuiti tra immaginario e prassi, populismi e la crisi della legittimità.
È come frequentare un seminario permanente di filosofia politica a cui sei stato iscritto a tua insaputa: questo vuol dire guardare una serie televisiva oggi. Pochi ci fanno caso, ma se c’è un filo rosso che lega tutte le serie più importanti e seguite degli ultimi anni è proprio il potere, la sua gestione o la sua conquista. Tra quelli che ne sono consapevoli c’è di certo Pablo Iglesias, il segretario di Podemos: tempo fa fece scalpore una sua foto mentre, senza cravatta e con la camicia fuori dai pantaloni, accoglie re Felipe IV in visita all’Europarlamento regalandogli il cofanetto con i Dvd delle stagioni di Game of Thrones.
L’11 e il 12 febbraio, a Madrid, si tiene il secondo congresso nazionale degli ex Indignados. L’assemblea dovrebbe indicare la mozione vincente tra quella di Iglesias e quella di Íñigo Errejón, il numero due del partito, dopo le voci di rottura che si sono succedute nei mesi scorsi. Chi vincerà o come si comporterà il segretario uscente forse lo si può capire leggendo un libro che arriva in Italia più o meno negli stessi giorni: Vincere o morire. Lezioni politiche nel Trono di Spade (traduzione di Amaranta Sbardella, nutrimenti, pp. 328, € 18), un volume scritto e curato proprio da Iglesias in cui sono raccolte le lezioni di tattica, strategia e etica politica che un attivista può trarre da Game of Thrones.
Altro che oppio (televisivo) dei popoli: nella lettura di Iglesias e degli altri autori di Vincere o morire — tutti studiosi di politica, molti eletti di Podemos — Game of Thrones, attraverso le lenti di Gramsci, Schmitt e, soprattutto, Machiavelli, diventa un laboratorio in cui mettere alla prova la propria visione politica, un repertorio di exempla da cui trarre modelli per la conquista dell’egemonia. Ne viene fuori un libro che è qualcosa di meno di un manifesto ma qualcosa di più che un divertissement: di ironia, del resto, ce n’è poca e tutti sembrano prendersi molto sul serio. Anche quando rileggono le vicende di Westeros (il “continente occidentale” in cui si svolte la serie fantasy). Quella dei Sette Regni, così, diventa la storia della disgregazione del potere centrale una volta rovesciato il legittimo re: quelli che prendono il suo posto, Robert e poi suo figlio Joffrey, hanno la legge dalla loro ma non la legittimità né la forza, dice Iglesias. Una vera e propria crisi istituzionale in cui il debole e instabile Joffrey e gli altri nobili sono un po’ come Mariano Rajoy e “la casta” dei partiti tradizionali che scaldano la poltrona senza più rappresentare la volontà del popolo.
E intanto “l’inverno sta arrivando”. Solo che non è dall’invasione degli Estranei, gli zombie che arrivano da Nord, che dobbiamo difenderci ma dai rigori del neoliberismo e dell’austerità europea: “nei governi occidentali una specie di tempesta sta smantellando qualsiasi elemento di Stato sociale e democratico”. Per Iglesias, allora, si tratta di conquistare il potere attraverso la legittimità — la difesa dei diritti, la retorica dell’onestà — e la forza: l’unica che può farlo è Daenerys Targaryen, la “regina dei draghi” che sta raccogliendo il suo esercito fatto di scontenti (insomma: indignati) e diseredati per vincere la battaglia finale e sedersi sul Trono di Spade. È nella bionda regina interpretata da Emilia Clarke che Iglesias identifica se stesso e Podemos. Perdendo però di vista un punto fondamentale: solo lei, tra tutti i giocatori del “gioco dei troni”, ha dalla sua la forza strabordante dei draghi. Senza di loro — che nel mondo di Game of Thrones sono l’equivalente di un arsenale nucleare — non avrebbe il potere di imporre la propria politica. Ma quali sono i draghi di Podemos? Inglesias e i suoi sono stati bravi a incanalare la rabbia degli spagnoli dopo anni di crisi, ma sono privi di una vera e propria base sociale di riferimento — o anche solo di un’armata di siti di fake news come per altri movimenti populisti in Europa e negli Stati Uniti — che li faccia uscire dalle secche in cui sono arenati, anche come voti, tra voglia di normalizzazione e guerriglia tra le correnti.

Il problema, forse, è che Iglesias e compagni leggono Game of Thrones come una diagnosi e non come un sintomo. Tutte le serie moderne, come si diceva all’inizio, hanno a che fare con il potere e la legge. Ma poche lo fanno in maniera tanto diretta, quasi astratta, quanto Game of Thrones, che, grazie al filtro del fantastico, riesce a dire cose precluse a anche a quelle, come House of Cards o la danese Borgen, ambientate proprio nei palazzi del potere. Perché Game of Thrones di questi palazzi può mettere in scena la distruzione: come tutti i prodotti della cultura popolare è la proiezione del desiderio di chi la guarda, non un trattato teorico o l’esposizione coerente di un progetto. Così nel corso degli anni e delle stagioni televisive, Game of Thrones si è prestato alle letture più diverse: chi vi ha visto una messa in scena delle migrazioni di massa e chi dei cambiamenti climatici, chi la storia di come soggetti deboli (nani, prostitute, portatori di handicap) possono sopravvivere in un mondo dominato da maschi violenti e chi, all’opposto, un precipitato della misogina e del sessismo della nostra cultura. Alla fine della quinta stagione, l’anno scorso, il New Yorker scriveva che Game of Thrones annunciava l’ascesa delle donne al potere, a cominciare da Hilary Clinton. Poi abbiamo visto com’è finita. Del resto, si sa, i draghi sono animali imprevedibili.
(Apparso originariamente sul Venerdì di Repubblica del 10 febbraio)
