2020. Perché l’orizzonte tecnologico aumenterà il valore dell’identità umana

Una parte importante del mio lavoro, ma principalmente di una mia personale attitudine, è quella di vivere il mercato, ascoltare persone, di azienda e consumatori, individuare insight che si nascondono sotto comportamenti o attitudini. Insomma osservare, interpretare e connettere i puntini. Questo mi consente di alimentare e al tempo stesso di rivoluzionare costantemente il modello di interpretazione e gestione delle traiettorie di cambiamento e innovazione della realtà e quindi del mercato.
Lunedì sera ho partecipato alla conferenza di apertura di AIXA — Artificial Intelligence Expo of Application con l’intervento di Mark Curtis, esperto di Design Innovation e Chief Client Officer di Fjord — Design and Innovation from Accenture Interactive. Il suo keynote, Relevance, affrontava il concetto della rilevanza come valore e non limitato all’accezione di visibilità. Alcuni temi non mi erano nuovi ma alcuni spunti sono stati interessanti. Ascoltare interpretazioni altrui arricchisce sempre e qui vi riporto il mio pensiero arricchito dalla serata di lunedì.

Le definizioni ci spiegano la rilevanza come “il grado con cui qualcosa è connesso o utile a ciò di cui si sta parlando o che sta succedendo” . Se questa frase la osserviamo da un punto più alto è facile individuare quanto la definizione di rilevanza sia collegata al bisogno di contesto. Oggi le aziende cercano modi per essere rilevanti per i clienti. Nel mio lavoro di consulente devo per prima pensare come rendere i miei clienti rilevanti per i suoi consumatori. Se però osserviamo i trend sociali, tecnologici, politici, e interpretiamo nuovamente il bisogno delle persone di costruire e trovare il proprio spazio all’interno di un contesto, allora assume un ruolo fondamentale la personal relevance.
Curtis ha parlato del valore della rilevanza personale che deve guidare le strategie di sviluppo dei prodotti e servizi così da poter contrastare l’irrilevanza. Se fenomeni come la Globalizzazione hanno determinato l’eliminazione delle differenze, all’interno di un’unica grande cultura come possiamo preservare ogni singola identità? Quale ruolo possono giocare le singole persone quando la partita ora si gioca a livello globale e con sfide che coinvolgono tutti, come quella della #Sostenibilità?
Se poi trasliamo questa confusione delle persone nella loro sfera professionale, viene da sé tutto il tema dei #NewWaysOfWorking in cui il principio di “cercare il lavoro per la vita” che aveva caratterizzato le generazioni dei miei genitori (I’m a proud human of 1990) crolla nelle sue fondamenta.

Secondo Curtis c’è stato un declino della personal relevance e questo è indubbio ma, mentre lui indirizza il problema a tre elementi principali (che non condivido appieno), penso che il problema sia stata la difficoltà a interpretare i cambiamenti che culture e società stavano attraversando grazie a nuove tecnologie e nuovi modelli di pensiero. Gli elementi che lui individua come causa del declino sono:
- Social media. Su questo ok, non hanno mantenuto la promessa perchè hanno diviso e non avvicinato.
- Abbandono della religione. Mi viene in mente un articolo fantastico che analizza come i social media potessero esserne una causa e invece ci sono alcuni rivoluzionari che invece ne stanno sfruttando il potenziale. (Lo trovate qui)
- Perdita del senso di comunità. Ancora una volta sono tutti e tre molto simili e complementari.

Ascoltare il suo intervento è stato sicuramente uno spunto di riflessione su quanto fatto finora. Su quanto appreso e a mia volta trasmesso nelle mie esperienze lavorative. Non concordo con la sua idea che la tecnologia stia minando al valore dell’identità umana e lo faccio citando due fonti:
La discussione sul fatto che la tecnologia sia o meno neutra non è il vero tema. Ciò che fa la differenza è il tasso di adozione che va oltre l’analisi e il soddisfacimento di bisogni da parte del “marketing”. Dipende dalla mutazione dei comportamenti delle persone e dal loro incrocio con tecnologie e informazioni.
Ivan OrtenziCrediamo che la rivoluzione digitale sia un effetto della rivoluzione tecnologica e invece dovremmo capire che è l’esatto contrario.[…] Una certa mutazione mentale si è procurata gli strumenti adatti al suo modo di stare al mondo e lo ha fatto velocemente.
Alessandro Baricco
Allora dove è il punto d’arrivo? Siamo passati da un bisogno di rilevanza, alla perdita di rilevanza personale e all’analisi degli elementi che hanno contribuito al suo declino, per capire alla fine che l’umanità ha scelto gli strumenti che meglio si adattavano ai propri comportamenti, che davano loro le informazioni che cercavano, che fornivano loro competenze di cui avevano bisogno (cito ancora il modello T-I-C-C di Ivan Ortenzi).

Il punto d’arrivo è che gli strumenti che l’umanità ha e avrà a disposizione hanno il potenziale di mettere in moto il modellino e quello che può accadere non lo sappiamo. Ma chi come me lavora assieme alle aziende per aiutarle a progettare strumenti, servizi, pensieri, deve cambiare prospettiva nel suo lavoro. Non ci si può concentrare solo sul presente ma bisogna progettare con un occhio puntato verso l’orizzonte. Il #Purpose che deve guidare strategie e scelte delle persone e delle imprese lo applico metodicamente nel mio lavoro nell’innovazione. Non mi dilungherò su questo tema anzi vi rimando ad uno splendido webinar di FrancoAngeli che si è tenuto pochi giorni fa “Perché c’è bisogno di innovazione in azienda, come svilupparla con mindset e competenze”
La sfida non è facile. Anche perché la tecnologia aumenta le capacità, le opportunità e di conseguenza amplifica la portata. Chi avrà le capacità di costruire il contesto attorno alle persone e disegnare il proprio ruolo con loro e tra loro, con la tecnologia e dentro la tecnologia e scrivere le nuove regole per l’umanità+, saprà sfruttare appieno le opportunità del nuovo mondo.
