Il vero problema del processo telematico

(NB: questo articolo è stato pubblicato anche qui)

QUESTE RIGHE non parleranno di copie, duplicati o attestazioni di conformità, ma di un problema che mi sembra molto più grave perché riguarda il concetto stesso di processo telematico.

In un [articolo della rivista «Finzioni»](http://www.linkiesta.it/it/article/2015/12/23/ecco-perche-lebook-finora-e-un-flop/28692/) si fa una affermazione molto interessante che vale la pena di riportare per intero:

concentrarsi leggendo su uno schermo, o addirittura studiandovi, non consente al cervello di creare punti di riferimento né di utilizzare la propria memoria visiva. Studiando per il compito in classe di storia, quella volta in quarta superiore, siete tornati indietro di due pagine perché non vi ricordavate quella cavolo di data, e sapevate che l’avreste trovata lì. Questo non l’avreste fatto (non l’avremmo fatto) se il libro di storia fosse stato digitale, semplicemente perché le pagine su uno schermo appaiono un attimo e scompaiono subito dopo per lasciar posto a quelle successive. L’eBook, in pratica, spinge i lettori ad andare avanti, sempre più avanti, senza mai fermarsi.

La conseguenza di questo atteggiamento per i testi “informatici” è che si tende, più che a leggerli, a scorrerli.

Potete immaginare quale sia la conseguenza di ciò su degli atti processuali che per loro natura sono spesso complessi, rinviano a fatti e testi riportati altrove e tendono a dover essere considerati non da soli ma in connessione con altri?

Già ora ci si lamenta del fatto che «i giudici non leggono gli atti», aggiungeteci il fatto che sempre più spesso la fretta rovina le migliori intenzioni, nel prossimo futuro cosa accadrà? Riusciremo a tenere i giudici concentrati su quello che scriviamo? Che strumenti dovremo usare? Domande alle quali, oggi, non abbiamo risposta certa, ma che dobbiamo tenere presenti per fare il nostro lavoro.

23 gennaio, 2015