Insegniamo Facebook a scuola

In Italia c’è troppo abbandono scolastico.

In Italia c’è troppo analfabetismo funzionale.

In Italia c’è troppa disoccupazione giovanile.

Problemi reali, ogni tanto ripresi dai media mainstream, che non vengono mai affrontati in modo strutturale. O meglio, si cerca di farlo attraverso grandi riforme che mettono in discussione l’intero status quo — magari intaccando, insieme ai privilegi, anche i diritti consolidati — ma con scarsa o nulla connessione reciproca.

La Scuola, l’Università, il Lavoro continuano così a essere percepiti come sistemi a se stanti, ciascuno con i propri personaggi e le proprie regole, anziché, come dovrebbe essere in una società moderna, come sottosistemi di quello che è, a dispetto della Margaret Thatcher di turno, l’unico vero sistema: la società.

Tuttavia, nessuno ha un’idea così segmentata della propria esistenza [né a livello sincronico — o verticale, né a livello diacronico — o orizzontale], che è piuttosto un continuum nel corso del quale si evolve costantemente. Inoltre, nei settori a maggior impegno intellettuale, i problemi a livello scolastico si ripercuotono molto nettamente su quelli universitari prima e lavorativi poi.

Una preparazione di bassa qualità non incide, infatti, solo sulla bassa quantità di nozioni apprese, ma anche e soprattutto sulla bassa capacità di analizzare criticamente il mondo che ci sta intorno.

È questo appiattimento cerebrale che ci frega. Tutti.

Del resto, lo si vede quotidianamente in quelli che sono ormai la nostra principale fonte di informazione: i social media. Bufale, epic fail, meme circolano ormai senza controllo, pubblicati — persino dai nostri amici — come esempi di chiarezza e trasparenza. Il problema è già evidente, quando siti web come Lercio vengono presi alla lettera da eletti ed elettori.

E, cosa ancora peggiore, la forma stessa in cui un contenuto viene pubblicato diventa più importante della sua sostanza: anche secondo molti esponenti di quella che dovrebbe essere, utilizzando un termine obsoleto, l’intellighenzia di Internet.

Il concetto di «networked publics» [pubblici che vengono ristrutturati dalle tecnologie della Rete. E che, come tali, sono contemporaneamente: 1) lo spazio costruito attraverso queste tecnologie; 2) il collettivo (immaginario) che emerge come risultato dell’intersezione tra persone, tecnologie e pratiche] diventa sempre più pregnante, con la sfera digitale che conquista una porzione crescente di tasselli all’interno del mosaico delle nostre vite. Il modo in ci si informa online non modifica soltanto cosa pensiamo, ma anche come pensiamo. (I neuro-scienziati lo sanno già, impariamo da loro)

Perché, allora, non provare a fare un po’ di educazione su questi temi?

Insegniamo Facebook a scuola.

Se una volta — nei casi migliori — era previsto che in alcune ore della settimane venisse letto e commentato in classe un quotidiano cartaceo, considerato, con l’approvazione di Immanuel Kant, l’emblema dell’informazione per qualsiasi cittadino, oggi questa stessa pratica potrebbe essere realizzata con le piattaforme che hanno preso, in parte se non del tutto, il posto de Il Corriere della Sera, la Repubblica e soci?

Insegniamo a utilizzare consapevolmente questi strumenti, che per i cosiddetti Millennials sono pane quotidiano. A non sopravvalutarli, né sottovalutarli. A non santificarli, né demonizzarli. A coltivare la diversità, per uscire da quella «filter bubble» (una conseguenza del sistema di personalizzazione dei risultati di ricerca: Facebook & co sono in grado di utilizzare informazioni sugli utenti per scegliere selettivamente i contenuti che vorrà vedere l’utente stesso, con l’effetto di isolarlo da informazioni che sono in contrasto con il suo punto di vista) che ci sta, poco a poco, imprigionando in una bolla informativa.

Insegniamo che la gestione dei dati personali spetta innanzitutto a noi: come afferma Marco Massarotto, non abbiamo mai avuto così tanto controllo e possibilità di decidere cosa condividere e con chi. Qualcuno di noi è mai stato obbligato a mettere “Mi piace” su una pagina Facebook?Un compito che non può evidentemente essere affidato ai docenti “tradizionali”, ma di cui potrebbero occuparsi i numerosi professionisti che hanno a che fare, per lavoro e per passione, con il web partecipativo. (Forse, in questo modo, si ridurrebbe, seppur di poco, la disoccupazione giovanile)

Insegniamo anche che i social media non sono tutto: che esistono altri modi per formarsi e informarsi. [Perché no, anche la vecchia enciclopedia]

Oppure, limitiamoci a protestare con gli hashtag, rimanendo parte dei problemi.

E #buonafortuna.

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