Scatole Illustrissime

Piramidi antiche e nuove, e la logica del multilivello…

Filippo Albertin
Jul 21, 2017 · 6 min read

Da tempo, per ragioni varie che qui spiegherò, mi interesso di scatole. Sì, esattamente di scatole, con la differenza che le mie scatole sono particolari: contengono persone.

Quante possono essere le scatole che contengono persone? Tante, tantissime. Forse tutto ciò che riguarda l’umanità può essere inteso come un certo tipo di scatola che contiene un certo numero di certe categorie di persone. Non trovate? Tra l’ovvietà della scatola planetaria terrestre e la scatola corporea che contiene il singolo individuo le sfumature e le categorie intermedie sono infinite…

Una nazione è una “scatola territoriale” che, entro determinati confini, contiene i cittadini. Ma anche un partito è una scatola, così come un’azienda, un’associazione, un comitato, e via discorrendo… Di volta in volta userò un nome preciso, certo, per indicare questa scatola e per distinguerla da quell’altra. Ma, di fatto, qui si parla di scatole, e le scatole hanno certamente un contenuto e probabilmente un’etichetta.

Ebbene, l’etichetta è sempre tale da permetterci di definire con certezza il contenuto della scatola sulla quale è appiccicata? Ma soprattutto, chi appiccica la tale etichetta alla tale scatola? Chi sta dentro o chi sta fuori dalla scatola?

Domande solo apparentemente semplici. O meglio, domande semplicissime che però alludono a realtà complesse.

Un esempio banale: le associazioni. Per lungo tempo e a vario titolo sono stato personalmente dentro — anche molto dentro (e addentro) — svariate associazioni. Una militanza che mi permette di affermare con certezza un concetto: le associazioni sono quasi sempre il contrario di quello che dichiarano.

Le associazioni vengono pubblicizzate come il regno del pluralismo, dell’apertura, della progettualità, della condivisione sociale e dell’inclusione. Ma è veramente così? La risposta è no. Un no secco e perentorio. La fenomenologia oggettiva delle associazioni mi ha sempre confermato punto per punto che queste scatole sono dei prodotti puramente funzionali a bisogni spiccioli. La tale persona (tendenzialmente ammanicata a monte), per avere il tale finanziamento, a un certo punto si sente dire che per fare questo e quello serve “costituirsi in associazione”, e allora coinvolge alcune persone — leggi: il fratello, i genitori, gli zii, oppure, nel caso di sbarbatelli universitari e affini, la cricca di amici ugualmente ammanicati — per creare una scatola vuota che a parte il vuoto contenga un codice fiscale. Punto, fine, stop. Trecento euro circa allo Stato e il gioco è fatto. Siccome poi il gioco iniziavano a farlo in troppi, quelli che stanno nelle alte sfere si sono inventati forme particolari di associazioni, come le APS, cioè le Associazioni di Promozione Sociale, o altre sigle cariche di amenità, che tuttavia continuano ad essere delle normalissime associazioni — le quali devono sempre fare promozione sociale — che però devono risultare certificate dal tale ente istituzionale di turno. Analoga fenomenologia per le cooperative di volontariato, oppure per altre etichette che sono uscite dal cilindro del legislatore per far finta che la scatola etichettata fosse diversa da quello che era sempre stata: una scatola, appunto, contenente soggetti interessati a starci dentro.

Se vi dicono che in una certa città, magari quella dove siete andati ad abitare e nella quale volete — ahivoi — conoscere nuovi contatti, esistono (ben) cinquecento associazioni, sappiate che di quelle cinquecento solo un 20% scarso porgerà delle attività interne riscontrabili e oggettive, attività che magari si riveleranno del tutto avulse dai vostri interessi. Le altre sono vuote, semplicemente scatole vuote.

Vi diranno che il registro pubblico delle associazioni è uno strumento per promuovere la collaborazione, incentivare la cultura, favorire il dialogo, l’integrazione, la libera circolazione dei saperi. Tutte idiozie. I pubblici registri sono compilazioni inutili, non aggiornate, tenute il più delle volte da parassiti comunali che scaldano la sedia a spese nostre solo per il cognome che portano. Provate voi a fare un’indagine personale sugli indirizzi di posta elettronica o sui siti che alludono a questa o quella associazione: il più delle volte troverete solo silenzio, o mail che tornano al mittente.

Altro “quasi postulato” delle associazioni è il seguente: se l’associazione risulta effettivamente attiva, cioè facente parte di quel 20%, o è blindata (in quanto fatta solo ad uso e consumo del ristretto numero di fondatori, alla faccia dell’apertura e del pluralismo tanto sbandierati in siti e statuti), oppure, per entrarci, bisogna pagare.

A partire da qui, inizierò a proporre una vera e propria catalogazione delle tipologie — altrettanto fenomenologiche e concrete — di associazione, o di scatole che dir si voglia.

Premessa importante. Le associazioni si dividono in due grandi categorie: quelle formate da sbarbatelli universitari e quelle formate da matusa. Per definizione, oggi come oggi i trentenni e quarantenni sono troppo impegnati a farsi fuori tra di loro per fondare un’associazione.

Le associazioni formate da giovani sono quasi sempre costituite attraverso un bel bando pilotato, che metta a disposizione di un ristretto numero di aderenti un finanziamento per mettere i medesimi a busta paga. Il finanziatore è quasi sempre una fondazione bancaria controllata da qualche circuito di (cosiddetta) Sinistra al potere, che in cambio vuole solo una cosa: impossessarsi di fette di territorio, specie se in zone, appunto, universitarie. Logicamente queste associazioni sono sigillate, per l’ovvia ragione che nascono per far lavorare solo chi le costituisce.

Le associazioni che accolgono membri dietro lauto compenso hanno tutte le medesime caratteristiche: (1) non sono moltissime; (2) presentano un’organizzazione in circoli territoriali; (3) sono quasi sempre costituite da gente attempata; (4) dichiarano attività del tutto generiche di miglioramento dell’essere umano e della comunità; (5) sono state fondate parecchio tempo addietro. Molti di voi avranno riconosciuto in questo identikit i ben noti club Rotary e Lions. Ma la matrice comune rimane una sola, ossia la secolare, celeberrima e da noi tanto discussa Massoneria, a tutt’oggi operante, con i suoi trecento anni di storia sulle spalle. Ma attenzione, non sono qui per fare le solite frasi fatti di quelli che adesso tireranno fuori il complottismo, la vicenda di Licio Gelli e Propaganda 2, le liste degli anni Settanta e Ottanta. Per me la Massoneria, scatola che può essere “deviata” esattamente come qualsiasi altra scatola contenente esseri umani (basti pensare ai partiti, che per decenni hanno chiesto mazzette senza aver bisogno di maestri venerabili o simili), non ha nulla di malvagio in sé, né di grandiosamente originale. Si tratta di un’associazione come tante altre, con la differenza che organizza rituali esoterici segreti (del tutto innocui) e che ve li fa pagare fior di quattrini.

Ma quante “massonerie” esistono? Non tantissime, ma di certo più di una. Perché avendo a disposizione un congruo numero di anni, sembra che le idee non bastino più per unire le persone, e che ci voglia qualcosa di più: accumulazioni di potere, reti stabili di conoscenze, fondazioni bancarie e altri finanziatori. Senza fare tante polemiche (visto che so quel che dico e che chiunque non abbia gli occhi foderati di prosciutto — non ho mai capito perché di prosciutto — mi può solo che confermare), cos’è in fondo l’ARCI se non una sorta di grande circuito massonico “de facto” della (cosiddetta) Sinistra? Pensiamoci un attimo. Se non sei affiliato all’ARCI, cioè se non hai una loggia (un circolo o associazione) con tale appartenenza, non sei nessuno, non hai visibilità, non ricevi finanziamenti, e via discorrendo… I poteri forti a un certo punto costruiscono la loro organizzazione organizzata come confederazione di logge.

Ma alla fine dei conti, cosa sono tutte queste aggregazioni, se non delle banalissime scatole che qualcuno — forte non si sa di che — ha deciso di etichettare come scatole più importanti di altre? Ma soprattutto, da dove deriva questo primato? Esiste veramente? Un qualsiasi gruppo informale di gente raccolta attorno ad un leader, o meglio attorno ad un ideale, ad uno statuto o ad un manifesto, non svolgerebbe la medesima funzione?

La risposta è sì. Eppure… Eppure si preferisce sempre aderire a scatole “storicizzate” (cioè statisticamente più riconoscibili e dunque piene di gente), che però questa preferenza te la fanno pagare. Per come ci si possa girare, la storia è sempre la stessa: siamo di fronte a variazioni, neppure tanto originali, sul tema del multilevel marketing, che accomuna in un solo novero ditte come Herbalife o Amway e progetti ben più deliranti come Scientology (andatevi a vedere le sedi che questa fantareligione apre nei vari capoluoghi italiani…). Ci possono essere diverse sfumature, ma la sostanza è la medesima e si esprime in una domanda: quante persone sono contenute in questa scatola e quanto valgono?

Tutto, ma proprio tutto, alla luce di questa considerazione appare chiaro. Il potere dei partiti, la corruzione, le tangenti, le mafie, il nepotismo in comuni e università, le scorciatoie del pubblico impiego e i serbatoi elettorali, e chi più ne ha più ne metta.

Altro che complottismo. Non servono complotti, qui. Il complotto è già stato consumato da tempo, nel divario ormai radicale tra facciata e sostanza.

)
Filippo Albertin

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Compositore, musicista e didatta esperto creatività, si occupa di musica, progettazione culturale e attivismo. Vive a Vicenza.

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