10 anni di vita tra gli umani del software

Sono entrato in contatto con l’umanità delle aziende informatiche già ai tempi dell’università, qualche anno prima che iniziassi a lavorare come programmatore prima a Roma, poi a Berlino.

La mattina dell’8 ottobre 2001, la data successiva al primo bombardamento angloamericano in Afghanistan, ero andato all’università a seguire le lezioni di Analisi Matematica in uno stato di grande agitazione per quello che stava succedendo. Nel corridoio del dipartimento ho visto un gruppetto di colleghi che discutevano animatamente, e avvicinandomi ho sentito che parlavano della guerra, dell’attacco, dei feriti. Era la prima volta che vedevo gli studenti di Ingegneria interessarsi a un tema di attualità. Pochi istanti dopo mi sono reso conto che la guerra di cui parlavano non si svolgeva in Afghanistan, ma sulle montagne rocciose di un mondo fantasy. Non erano gli americani ma un esercito di Stregoni della Morte.


Tra i colleghi di lavoro che ho avuto ne ricordo soprattutto uno. Abbiamo lavorato insieme due anni e mezzo in una startup. Si chiamava Gerd, ma presto era diventato per tutti G, soprannome in cui si era identificato al punto che aveva iniziato a firmare le email aziendali con quella lettera, e si presentava ai visitatori come G. Ovvio che quelli non capivano se stesse dicendo per scherzo, eppure questo non sembrava imbarazzarlo. 
Io lo chiamavo tra me e me Gerd il Nerd.

Gerd aveva 37 anni e non aveva mai avuto una ragazza. Non aveva amici, ad esclusione del nostro capo, che l’aveva assunto. La mattina faceva colazione con una bibita al latte comprata nel distributore della u-bahn, pranzava tutti i giorni con un kebab. Quando alle sei staccava, andava nel discount vicino all’ufficio. Comprava un chilo di yogurt, patatine alla paprika e una banana, tornava in ufficio, si rimetteva al computer e iniziava a giocare a un videogioco di guerra. Lo vedevo restare lì la sera, con lo sguardo spento davanti allo schermo.

Questo non vuol dire che Gerd sul lavoro non fosse un collega normale. Lo era. Aveva soltanto il problema non trascurabile di non avere una vita fuori da quelle quattro mura. Ci siamo trovati qualche volta, per puro caso, in un contesto diverso: non tollerava il contatto fisico, non sopportava le manifestazioni di affetto. Soprattutto sembrava non ricercare altro che la compagnia degli altri colleghi. Era una forma di timidezza che lo portava a rimanere chiuso in un recinto.

Io non credo che Gerd avesse provato, anche solo una volta, ad analizzare quel suo modo di essere. Non mi sembrava neppure interessato a farlo. Con il tempo ho iniziato a non domandarmelo più. Conoscendolo ho capito anzi che come era del tutto inadatto a vivere nel mondo in generale, sul lavoro fosse perfettamente a suo agio, fosse del tutto se stesso. Aveva un vantaggio, rispetto a me, che non avevo inizialmente considerato.

Non c’entrava nulla il modo in cui lavoravamo. Io arrivavo in ufficio alla sua stessa ora, lavoravo quanto lui, ed ero pignolo quanto lui pur avendo qualche distrazione in più, chatte di skype con amici lontani, pagine facebook aperte in un angolo del browser, notizie da discutere, quotidiani da sbirciare. Il punto è che io rispetto a Gerd avevo dei pensieri che ogni tanto mi facevano non desiderare il lavoro che facevo. Per me quel lavoro era una terribile perdita di tempo. Col sole mi prendeva la voglia di mandare tutto al diavolo e uscire a farmi una birra. La sera diventavo matto perché ero stanco e non avevo la forza di vedermi un film.
Lui si viveva bene il suo lavoro, io no.


Gerd era il primo programmatore. L’azienda gli dava il compito ulteriore di selezionare le risorse umane che avrebbero fatto parte del team, e lui le selezionava ovviamente in base ai suoi criteri, a come si rapportavano con lui. Assumeva persone più simili a lui che a me. Il nostro team aveva il classico profilo dei gruppi di programmazione: semplicità, esattezza, poco spazio all’improvvisazione. Le inesattezze erano viste molto di mal grado — denotano propriamente una mancanza di organizzazione — , era preferibile non parlare di temi estranei al mondo dell’informatica, non mostrare interesse per ciò che avveniva fuori dall’ufficio, e così via. Le foto dell’organigramma aziendale ci ritraevano tutti vestiti con una t-shirt: era il nostro dress-code. Ai grafici e agli sviluppatori frontend, ai creativi, era permesso di indossare la giacchetta.

Per un futuro assunto avere dei problemi di adattamento sociale era il primo indizio di un possibile adattamento professionale. Era il biglietto da visita, il requisito fondamentale che l’azienda esigeva insieme alla sua esperienza. Era il collante che teneva unito il nostro team di sviluppo: un cocktail di immaturità emotiva, introversione e distacco con la realtà che si ritrova spesso tra i programmatori in modo analogo al cameratismo maschilistico tra i militari e allo spirito di ambizione sociale tra i manager.

In dieci anni trascorsi in aziende informatiche, mi sono trovato a lavorare anche in team di sviluppo molto diversi da quello di Gerd. La maggior parte dei programmatori con cui ho lavorato erano persone che riuscivano ad avere una normale vita anche fuori dal lavoro. Gerd era un caso al limite, ma non posso dire che sia stato l’unico.

Non erano solo i programmatori quelli senza una vita. Le forme di disadattamento riguardano tutta la filiera, i project manager, i capi tecnici, i dirigenti aziendali. Per quelli che sono partiti al nostro stesso livello in molti casi la carriera è stata solo una rivincita sul prossimo, un motivo di orgoglio che non ha niente di illuminato e neppure un briciolo di nobiltà.

Ho visto pochissime aziende capaci di costruire il lavoro contrapponendosi all’inerzia delle sindromi sociali, volenterose di creare gruppi di lavoro basati sulla maturità e sulla diversità umana dei suoi membri, e non solamente sull’appartenenza a un branco, a un manipolo di simili, a un battaglione.

Il non volerlo essere è stato in certi casi un problema di cultura e di preparazione, in altri una vera e propria strategia aziendale. Alle aziende fanno comodo gli eroi, che visti allo specchio è chi si immola per loro. Quando lavoravo con Gerd e gli altri avevo costantemente l’impressione di trovarmi al cospetto dei martiri. E non perché non lavorassi insieme agli altri in quella stanza, o potessi permettermi di non lavorare: ma perché per me c’era una vita che scorreva anche fuori, perché avevo una porta da chiudermi dietro alle sei di sera.

Chi si dannasse di più tra noi, poi, è come al solito solo una questione di punti di vista. Oltre a cercare di fare tesoro di quell’esperienza, non mi importava per nulla di quel lavoro. Mi interessavano soltanto i soldi a fine mese. In quell’ufficio, con Gerd e gli altri, ho dovuto spesso essere chi non sono.

Alcuni hanno avuto problemi più grandi dei miei. Colleghi che hanno avuto esaurimenti nervosi prima di potersi licenziare. Me ne tornano in mente almeno un paio, ed erano in particolare coloro che avevano creduto di più in se stessi e nelle nuove forme di lavoro. Quelli che avevano iniziato a lavorare in un’azienda avendo l’impressione di poter mettere in gioco se stessi in prima persona, facendo convergere nel lavoro la propria missione individuale.

E io che non ho mai creduto alle comunioni, né ai matrimoni, né ad altre forme di unione, sono stato forse meno deluso o frustrato di altri. Ho preferito la banale e spicciola convivenza. Ho lavorato insieme a Gerd due anni e mezzo prima di andare via senza grossi traumi, ma questa è un’altra storia.

So che Gerd ancora lavora lì, e immagino che non abbia smesso di consumare la cena da solo davanti al computer.


Filippo Rosso è nato a Roma nel 1980 e vive a Berlino.
Nel 2001 ha scritto s000t000d, uno dei primi, se non il primo ipertesto narrativo in Italia.
Da allora ha continuato a scrivere testi in formato tradizionale.
I suoi contributi sono apparsi su alcune riviste cartacee e Nazione Indiana.
È attualmente alla stesura del suo libro d’esordio Il luogo comune.

sito: filipporosso.net
twitter: @filipporosso

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