DUE BANALITÀ DUE SU M5S, LAVORO E “REDDITO DI CITTADINANZA”

Domenica scorsa ad Imola si è tenuto il consueto raduno degli attivisti ed esponenti politici del M5S. Si tiene annualmente, ma quest’anno - per la prima volta da che mi ricordi e complice anche il calo di consenso del Governo e il pasticciaccio romano - quello che è il principale partito d’opposizione si è dato un’impostazione "responsabile" e di governo. Insomma, dopo un paio d’anni di assestamento e qualche successo (e qualche flop, nda) alle amministrative, i nostri sono pronti a lanciare la sfida a Matteo Renzi, già alle prossime amministrative.
Il leader designato, quello più credibile (anche se poi decide la Rete), pare sia Luigi Di Maio. Qualche giorno fa, lo stesso Di Maio viene intervistato da Giovanni Floris, a DiMartedì. Si parla proprio della sfida di governo del M5S e del suo cavallo di battaglia politico: il cosiddetto "reddito di cittadinanza".
Ora, io non credo intendano veramente quella cosa (che esiste: ad esempio, l’Alaska di Sarah Palin aveva adottato una misura simile, rivolta a chiunque fosse in possesso della cittadinanza), quanto più una qualche forma di sostegno al reddito (reddito minimo garantito, ad esempio) per le fasce più deboli della popolazione. Di Maio non dice come si farà a garantirne la sostenibilità - e mica è facile - se non parlando di vaghe "lotte agli sprechi" ed eliminazioni di "enti inutili" (quali?), i cui dipendenti licenziati saranno prontamente risarciti col "reddito di cittadinanza". Mi sembra un approccio un po' superficiale - e io e il prode Gaggiano ne abbiamo approfittato - ma tant’è: la battaglia politica ci sta.
Ci sta perché le statistiche parlano di un Paese dove le fasce a rischio povertà si allargano anche a chi un lavoro ce l’ha e un sostegno al reddito è un tema che prima o poi andrà affrontato, così come una forma di sostegno universale. La finanziaria in approvazione in questi giorni sarebbe stata un’occasione per affrontare il tema - cui il Governo si è detto tendenzialmente favorevole. Non lo è stato e si è preferito intervenire altrove. Amen.
Più che altro questa scelta ci interroga su alcune questioni molto care alla parte politica cui mi sento di appartenere: su tutte, il rapporto con quella proteiforme e nebulosa entità che chiamiamo ancora lavoro. Si muove un’obiezione etica, in particolare: è giusto favorire una forma di assistenzialismo che rischi di non incentivare la ricerca di un reddito da lavoro per il proprio sostegno? Obiezione sacrosanta, ma credo sia giusto anche afferrare "il toro per le corna", dato che una condizione di indigenza è altrettanto "immorale". C’è anche un problema politico, legato al valore che diamo al lavoro e al potenziale che può avere nell’emancipazione degli individui, o di gruppi di individui.
Banali considerazioni.

Nella foto: io e Marco Gaggiano che ce ne approfittiamo.

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