L’eterogenesi dei fini: il dramma politico della “Brexit England”

Carro con Theresa May a una parata di Carnevale in Germania (febbraio 2017)

1. Eterogenesi dei fini

Principio definito per la prima volta dal filosofo e psicologo ottocentesco Wilhelm Wundt come Heterogonie der Zwecke, l’eterogenesi dei fini si potrebbe definire come il più grande dramma dell’uomo. Un dramma per cui le azioni di qualsivoglia individuo possono portare al perseguimento di fini diversi da quelli iniziali, a causa di effetti secondari “indesiderati” che possono addirittura far sorgere nuove motivazioni di natura non intenzionale.

La diretta conseguenza è semplice e quantomai sconvolgente: il potere è tutt’altro che facilmente gestibile e adeguabile ai propri scopi. Soprattutto se si ha a che fare col potere politico. Un assunto decisamente empirico, che purtroppo è trascurato da poco più di un anno dalla culla dell’empirismo filosofico: il Regno Unito.

2. Genesi di un disastro, ossia l’azzardo strategico di David Cameron

David Cameron a Bruxelles, durante le trattative per la modifica dei rapporti tra UK e UE (febbraio 2016)

Tutto è cominciato con David Cameron.

Primo Ministro in quota Partito Conservatore dal 6 maggio 2010, dopo aver registrato vari successi e fallimenti durante il proprio mandato riesce però a vincere di nuovo le elezioni del 7 maggio 2015 col 36,9%, formando peraltro un Governo monocolore. Ma al di là del risultato elettorale, bisogna tenere conto del background politico. Alle elezioni europee del 2014 l’UKIP, formazione politica ultranazionalista contro l’Unione Europea, era risultato il primo partito britannico col 26,8% e i sondaggi gli davano una rapida ascesa (che poi effetivamente c’è stata, dal 3% circa del 2010 al 12% del 2015). Cameron, conscio della portata destabilizzante per la democrazia inglese di un partito xenofobo, ha modulato la propria campagna elettorale sulla rinegoziazione dei rapporti del Regno Unito con l’UE e la convocazione di un referendum consultivo successivo sulla permanenza nell’Unione. Con l’obiettivo di stare comunque nella Comunità di Bruxelles e arginare solo formalmente la rabbia dei cittadini verso le istituzioni comunitarie, David Cameron ha prelevato parte del programma dell’UKIP: una strategia folle.

Un’operazione di “brinkmanship”, ossia di rischiosa provocazione dell’Unione Europea mediante il referendum, al fine di ottenere ulteriori deroghe sui contributi finanziari al bilancio comunitario e su Schengen. Detto e fatto: non appena eletto ha avviato le trattative, durate un anno circa, ottenendo le deroghe desiderate. A quel punto però ritirare il referendum, per quanto razionale, sarebbe stata una decisione pericolosa per l’immagine del Primo Ministro britannico. Allora Cameron ha condotto una campagna elettorale a favore del “Remain”, asserendo che la permanenza del Regno Unito nell’UE era ormai decisamente vantaggiosa: praticamente gli Inglesi usufruivano dei quattro pilastri del mercato unico europeo con una marea di privilegi e deroghe in termini di autonomia politica ed economica.

3. Il disastro di un establishment anti-establishment

Nigel Farage, ai tempi leader dell’UKIP, mentre esulta alla pubblicazione dei risultati ufficiali del referendum (giugno 2016)

Peccato che molti cittadini non l’abbiano ascoltato: l’obiettivo di Cameron di mero controllo del consenso interno si è visto assalito dalla suggestione nazionalista dell’uscita dall’Unione, con la vittoria del “Leave” per un buon 51,9%. A quel punto è partito l’effetto domino, con lo spostamento di gran parte dell’opinione pubblica anche più euroscettica verso il Partito Conservatore e il passaggio delle consegne da David Cameron a Theresa May, ex-Segretario di Stato per gli Affari Interni. Anche lei a favore inizialmente del Remain, da Primo Ministro è diventata fiera sostenitrice del Leave, arrivando ad assumere posizioni durissime contro l’Unione Europea.

Pertanto, dopo un altalenante inizio, Theresa May ha cominciato a seguire una strategia diplomatica piuttosto violenta, spesso delegata al suo neo-Segretario per gli Affari Esteri e del Commonwealth Boris Johnson. Questo con il preciso scopo di terrorizzare l’Unione Europea e distruggerne l’immagine, compattando il fronte interno contro il “nemico comune” e contando sui movimenti euroscettici in rapida salita in tutto il Vecchio Continente.

4. Conseguenze (ulteriormente) impreviste per i “nuovi” conservatori

Boris Johnson e Theresa May (giugno 2016)

Anche in questo caso però determinate azioni hanno condotto a effetti tutt’altro che sperati. Infatti la Brexit, assieme all’elezione di Donald Trump negli Stati Uniti, ha paradossalmente rafforzato nel nostro Continente figure europeiste o moderate per le mosse considerate estremiste e preoccupanti dei politici Oltremanica e Oltreoceano. In vari Paesi, ultimo la Francia, hanno vinto dunque candidati che propongono apertamente una nuova Unione Europea più democratica ed efficiente. E compatta contro l’uscente Regno Unito e i neo-protezionisti Stati Uniti. Pertanto, dalla presentazione della notifica dell’art.50 TUE il 29 marzo scorso, il Regno Unito si è visto sempre più indebolito a livello negoziale, a causa anche di una maggioranza di Governo non molto solida nella House of Commons, per divergenze nello stesso Partito Conservatore.

A quel punto Theresa May ha deciso di convocare nuove elezioni anticipate per giugno, giocando sui sondaggi a favore della sua linea strategica per la Brexit (che contempla eventualmente una Hard Brexit). Se dovesse asfaltare letteralmente i seggi del Labour Party capitanato da Corbyn e assorbire quelli dell’ormai inutile UKIP, il potere negoziale di fronte all’UE risulterebbe molto più forte, alla luce di una “bulgara” legittimazione democratica.

Non a caso il Primo Ministro e i suoi Segretari hanno scelto di condurre una campagna elettorale molto aspra verso Bruxelles, al fine di compattare l’opinione pubblica. Ma sembra che il giocattolo si stia rompendo: in questi giorni il Financial Times ha pubblicato uno studio con cui ha rivelato che il Regno Unito, prima di uscire dall’UE, dovrà versare un ammontare di sterline equivalente a 100 miliardi di euro e, in caso di Hard Brexit, perderà tutte le garanzie per la tenuta finanziaria della City londinese.

Cosa succederà saranno i prossimi fatti a dircelo.

Ma l’eterogenesi dei fini è già realtà.